Carmen Pellegrino

Bar 7Bello

di Carmen Pellegrino
C’è un bar, a Napoli, dove il tempo è un’altra cosa rispetto alla bugia che ci stanno raccontando.
Nel cuore del centro storico, all’angolo fra via Benedetto Croce e via San Sebastiano, il Bar 7Bello da mezzo secolo non è un esercizio commerciale, una rivendita che cambia forma e colore a seconda del momento: è un luogo, propriamente un luogo, con un’anima riconoscibile e, insieme, inconoscibile.  
Tavolini tondi, sedie viennesi. Alle pareti mogano, specchi, poi il grande bancone, a destra il pianoforte, e poi il retrobottega, le luci calde, questa sera si recita a soggetto, questa sera si leggono poesie, questa sera qualcuno suona il pianoforte, questa sera io ci vado a stare in silenzio.
Entra un ragazzino con cinquanta centesimi in mano, vorrebbe una coca cola ma non gli bastano i soldi; si guarda intorno, non ha di più, sta per andarsene:
Ragazzo, – si leva una voce da dietro la cassa – prenditela lo stesso.
Pino De Stasio non è solo il proprietario del bar, è l’amico, il riferimento di uno svolìo di gente che arriva col fiatone, che porta con sé ferite e strascichi di qualche sogno, di una idea caduta, fedeli a un’ideologia ridotta a niente, trotskisti, leninisti, professori, poeti, migranti, sfrattati, neppure un gradino su cui sedersi, disperati, vecchi combattenti, reduci, persino coppie d’innamorati nelle fatiche. Un’umanità altrove silenziosa porta qui il suo racconto e trova ascolto. Dici niente?
Dai diritti civili ai beni comuni: non c’è battaglia che non passi fra queste pareti di mogano. L’avvocato Alessandro Biamonte s’avventura con Pino in cause perse, vieppiù spacciate, e le vince tutte. Gennaro Esposito riflette sul processo rivoluzionario contro il nuovo ordine mondiale (anch’io! gli dico incautamente come venendo da grandi lontananze, poi torno alla realtà). Ciro, dietro il bancone, sa tutto di te che entri, anche se non ti ha mai visto, ma tace e sorride. Qualche anno fa rubarono l’arpa a una musicista di strada che non avrebbe potuto ricomprarsela: fu riacquistata con una colletta organizzata nel bar.
Qui, diciamolo subito, non si fa l’apericena, non si bevono i long drink, non ti servono la tartarre, non c’è ombra di brand, trend, fashon style... Qui ti danno l’orzata, i salatini, il caffè più buono, un prosecchino, la pizzetta o vuoi il succo di qualcosa? Qui si ascolta Rossini, si suona improvvisando, s’incontrano uomini e donne che non hanno sconfessato la loro umanità e ancora riescono a sentire ciò che nell’altro è vivente.
Sentirsi parte: questa è la sensazione che provo quando sono nel bar. Parte di qualcosa che, in fondo, è già esserci, sentirsi vivi. Meno soli, dici niente.
Pino De Stasio ha appena pubblicato un libro – Notturni, tre racconti dark (Palawàn e Turisa editori) - in cui c’è lui, come autobiografia dell’ombra, e finiamo per esserci tutti, nell’oscurità così trasparente (letto mai William Styron?), nelle notti di sonno insonne, notti di voci insidiose, incontrollate.
A ogni città bisognerebbe augurare un Bar 7Bello, il bar degli attraversamenti. A ogni persona d’imbattersi nel calore che qui si avverte, il calore di un riconoscimento, di un saluto, di uno sguardo gentile.
Venerdì 10 Agosto 2018, 15:01
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