Hollywoodland, vizi e peccati
nel nuovo graphic novel di ​Masiero

di Erminia Pellecchia

Ambizioni e disillusioni, amori impossibili e passioni inconfessabili, alcool, sesso e droga, sfarzo e miseria, euforia e disperazione, delitti e scandali, bella vita e malavita, la fame di fama e la solitudine di un mondo dorato governato dalla corruzione e dallo show business: Michele Masiero, autore raffinato e direttore editoriale della Bonelli, in perfetta complicità e fusione di testi e disegni col maestro della linea chiara Roberto Baldazzini, ci consegna, con il graphic novel “Hollywoodland” (Sergio Bonelli Editore, I grandi romanzi inediti, 288 pagine e 262 tavole in bianco e nero, 22 euro), da qualche giorno in libreria e fumetteria, il ritratto dei vizi e dei peccati di una Hollywood all'alba dello star system. West Coast fine anni Dieci-fine anni Venti del secolo scorso, sullo sfondo i grandi eventi storici - la prima guerra mondiale, il proibizionismo e la depressione - al centro il capitolo tutto a sé stante “di una città in mezzo al deserto che diventerà industria cinematografica”, spiega lo scrittore e sceneggiatore veneto. “Ho voluto raccontare gli inizi e in questo progetto, durato tre anni, ho ritrovato l'amico Roberto con cui ho collaborato per la rivista Cyborg nel '91. E' un po' lontano dalla tradizione classica bonelliana, ma ha reso molto bene le atmosfere e i personaggi con contrasti di luce e notturni. E' stato un piacere esplorare questo mondo seguendo la rotta insolita di un episodio meno noto; l'ho raccontato senza idealizzazioni, portando a galla il marcio che c'era sotto”. Ed è un piacere per il lettore esplorarlo con lui, scoprendo l'altra faccia della luna, l'oscura, quella di una città di sogni e luogo di perdizione, gli abitanti prigionieri del male e i nuovi dei in caduta libera. Come è un piacere immergersi nelle citazioni, volute, di pellicole e volti – da Chaplin a Rodolfo Valentino e Tom Mix – che hanno accompagnato il nostro immaginario.

Fil rouge di questo tragico crime story sono le vicende dei fratelli Winter: Monty eroe di guerra, poi poliziotto che ha messo su famiglia; Danny il duro, guardaspalle di un produttore colluso con la criminalità. Sono diversi per indole e vocazione, ma non lasciamoci ingannare ci invita Masiero con il suo scavo nella psiche: la verità è difficile da raggiungere,“nella vita ci sono mille sfumature di grigio e uno scrittore le deve cogliere zigzagando tra bene e male; lo stesso Sergio Bonelli creava personaggi dubbiosi, tormentati e perdenti ma con la voglia di vivere, dare, amare”. Ne esce fuori una trama di immediata e forte presa, avvincente, avvolgente e coinvolgente. Dietro la superficie del più grande mito americano, Masiero svela “il nulla che si nasconde dietro i fondali di cartapesta” con un abile “gioco della finzione dentro la finzione, tra le maschere di una macchina che produce trucchi più reali della realtà”, come scrive in postfazione Gianmaria Contro. Prima scena - splendida la sequenza realizzata da Baldazzini con primi piani, campi medi e lunghi – una giovane donna usa la H della scritta gigante che campeggia sul fianco del Monte Lee come trampolino per un volo estremo. Immediato è il richiamo all'attrice Peg Entwistle, che inaugurò la lunga serie di salti mortali da quell'installazione nata per pubblicizzare il progetto immobiliare Hollywooland e divenuta icona dell'effimero pianeta di celluloide. Così come viene facile apparentare, anche se retrodatato, il cruento omicidio della starlette Elizabeth Short, la Dalia Nera di Ellroy e De Palma, al mostruoso assassinio di Lillian Parker, la protagonista femminile a cui Baldazzini ha voluto dare le sembianze di Louise Brooks, prima trasgressiva diva del cinema muto. Già, depravata e folle la Hollywood degli anni ruggenti, una Babilonia sfavillante e peccaminosa come quella trasfigurata per lo schermo di “Intolerance”, colossal cult di David Griffith le cui mastodontiche scenografie rimasero a marcire per anni nei pressi di Sunset Boulevard. Le riprese del film aprono il racconto e Masiero non nega di essersi ispirato anche al libro “Hollywood Babilonia” di Kenneth Anger, sorta di storia infame, densa di dettagli scabrosi, della Mecca del cinema. Non erge il libro a modello, però. Il messaggio di questo secondo capitolo della sua trilogia americana (primo il bellissimo “Cheyenne” del 2017, prossimo una riflessione su Cuba) è quello di un cinquantenne imbevuto di epica salgariana e cresciuto alla scuola di una Pivano innamorata della cultura pop made in Usa, che riflette sulle ambiguità di una nazione giovane, vista crescere quasi in diretta con le sue conquiste ed i suoi errori: “Il sogno può diventare un incubo e la grandezza lasciare il posto al niente”.
Lunedì 10 Giugno 2019, 00:00
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