«Se solo il mio cuore fosse pietra», Titti Marrone racconta l'Olocausto dei bambini

Giovedì 20 Gennaio 2022 di Giuseppe Montesano
«Se solo il mio cuore fosse pietra», Titti Marrone racconta l'Olocausto dei bambini

Un gruppo di bambini fra i 4 e gli 11 anni, incredibilmente sopravvissuti ai campi di concentramento programmati per la Shoah, arriva in Inghilterra per essere ospitato in una villa messa a disposizione da un benefattore: è il 1945; ad aspettare i bambini ci sono delle donne generose e forti, analiste della scuola freudiana, esperte in pedagogia e infermiere che preparano per loro la sera dell'arrivo una vera festa, con luci e tavola imbandita di ogni ben di Dio; per il sonno hanno preparato bianchi piccoli accappatoi, docce pulite e lettini colorati e soffici in stanze calde: né hanno dimenticato una immensa stanza traboccante di giocattoli, un regno delle meraviglie dell'infanzia. Sanno bene che i 25 bambini sono provati da qualcosa che supera le capacità di chiunque e che sarà difficile stabilire con loro un rapporto, e ancora più difficile intraprendere un cammino che li porti il più lontano possibile dall'orrore e dal dolore che li hanno marchiati. Sono preparate a tutto: o così credono.

Ma quando i bambini impazziti si ficcano il cibo in tasca senza mangiarlo, quando tirano dalle tasche i cucchiai di latta che avevano nei campi, quando rifiutano ogni comunicazione per stringersi tra di loro, le donne forti e generose entrano in crisi: finché, all'invito di entrare nei bagni per ripulirsi con una bella doccia calda, non scoppia il pandemonio, e nel terrore disperato dei piccoli appare la ferita dei campi, atroce, perché le docce ricordano ai piccoli solo una cosa, la morte. È così che si apre, in una serie di sorprese raggelanti e di folate di spavento unite a speranze profonde e a dedizioni commoventi, Se solo il mio cuore fosse pietra di Titti Marrone: una storia di vite vere raccontata con la libertà del romanzo, pubblicata da Feltrinelli. 

Guidati da Alice, un'analista legata a Anna Freud, quelli che accolgono i bambini segnati nel corpo e nella mente impareranno la difficoltà di riparare ciò che il Male ha lacerato, e quanto è conficcato nei piccoli il dramma di Auschwitz e degli altri inferni. I piccoli figli del racconto di Titti Marrone ripetono come gioco le dinamiche di carnefice e vittima, rifiutano i giocattoli ma li desiderano; odiano i vestiti usati avuti dai benefattori anonimi perché gli ricordano gli stracci dei campi, e loro voglio cose belle; si coricano sul pavimento sotto i letti, e non dentro i letti; una mangia solo il pane fatto da lei perché sospetta di essere avvelenata; un altro, Berl, scatena verso piccoli animaletti una incontrollata violenza imparata nel campo; un altro gioca ammazzando un pupazzo di Hitler; e tutti sono sospettosissimi, impauritissimi e bisognosissimi d'affetto. Ma sono bambini, e quindi forti. E allora piano, tra continui su e giù, la quasi indistruttibile energia infantile attivata dall'amorevole e intelligente cura degli adulti guidati da Alice, con il grande aiuto dell'apprendimento della musica e di una lingua in comune comincia ad agire, a trarre i bambini dai loro abissi per portarli dove la vita può ancora essere possibile.

Che vita? Per la maggior parte di loro, morti i genitori, è la vita delle adozioni: con storie di genitori adottivi orrendi e straricchi scartati, di genitori amorevoli ma loro stessi in difficoltà, e storie di crescita unite a storie di perdita. E il lettore segue con irresistibile attrazione queste vite-storie perché dopo un po' sente che Titti Marrone sta raccontando le storie vere di Denny e Bella, certo, ma che in qualche modo quelle storie parlano anche dei nostri figli e genitori e nipoti, delle relazioni spesso superficiali che gli adulti hanno con i bambini e di come non basti il solo amore a sciogliere i nodi della crescita, ma sia indispensabile quel genere di intelligenza che cerca di guardare in faccia la verità senza scoraggiarsi se il mondo non è fatto sempre a nostra misura. 

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Si tratta di «venticinque storie vere in forma di romanzo» come scrive l'autrice? Si tratta di una sorta di racconto storico-psicologico? Poco importa al lettore. Importa però che la forma della scrittura di Se solo il mio cuore fosse pietra si adatta al contenuto delle storie che racconta, che lo fa senza né spettacolarizzale nel male né zuccherarle nell'oleografico, e che ci trasmette con estremo tatto una scheggia preziosa di conoscenza emotiva: ogni anfratto della sofferenza dei bambini, e anche di chi li aiutò a volte disperando, è un frammento di resistenza al Male, di perseveranza nel bene, di conoscenza al servizio della vita. La lezione di Se solo il mio cuore fosse pietra è questa, ed è cosa rara.

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