Passeggiando per Napoli, 14 sguardi sulla città in un volume corale della Esi

di Donatella Trotta

«Che cosa sperate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell’Europa di diventare Napoli». La provocazione particolarmente attuale di Curzio Malaparte, nel suo romanzo La pelle (1949), torna in mente leggendo le pagine di un nuovo libro corale dedicato alla città, dall’apodittico titolo Napoli. 14 voci e uno sguardo in giro per la città (Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 198, euro 15), curato da Guido D’Agostino, Francesco Divenuto, Antonio Piscitelli e Mario Rovinello nella bella collana “La memoria narrata” (sezione memorie e storia).

Nel caleidoscopio di testi raccolti con un «approccio multiplo, multiverso e multilaterale» a una città «che ne contiene molte, e altre, dentro di sé», spiegano i curatori, peraltro dichiaratamente consapevoli dell’ardua sfida di affrontare la complessità (e le civiltà) insite in un corpus narrativo per antonomasia, senza improbabili pretese esaustive, a colpire è infatti - innanzitutto - la scelta di intrecciare diacronia e sincronia, memoria e visionarietà con un taglio che privilegia il rigore documentario (storico, in primis) alla libertà narrativa, pur presente nell’impianto di alcuni contributi che da protagonisti e luoghi si fanno ispirare per un racconto dove anche la fantasia gioca il suo ruolo: così è, ad esempio, per l’avvincente costruzione ottocentesca di una “leggenda” musicale, l’idolo e mito romantico della musica Vincenzo Bellini, nello specchio non soltanto epistolare del compagno di studi Francesco Florimo, proposta dal musicologo Paologiovanni Maione con raffinato gusto letterario; e così è per l’incontro di Domenico Morelli e Filippo Palizzi sullo sfondo dell’Accademia napoletana di Belle Arti composto con sapienza dalla Storica dell’arte Aurora Spinosa, o, ancora, per le presenze fantasmatiche che affollano la piazza Mercato nel contributo della docente di materie letterarie Clorinda Irace, o nei retroscena della costruzione del Mausoleo di Ladislao dal punto di vista della regina Giovanna, riverberato dal racconto dello storico dell’architettura Francesco Divenuto.

Tra i luoghi passati in rassegna nei vari contributi - più o meno didascalici, ma sempre ricchi di notizie - anche piazza Garibaldi e i suoi dintorni (ricostruiti in una passeggiata dalla filologa classica Marisa Lembo Gatti); il Mann evocato con il suo patrimonio di reperti da una visita al Museo il 12 dicembre 1847 (narrata dalla storica dell’arte Maria Rosaria Nappi); la sempre sorprendente area della Sanità con una miriade di curiosità non tutte note, intessute a mo’ di dialogo teatrale tra amici dall’architetto Massimo Rippa; il mare che bagna Napoli, le sue leggende e il suo Golfo nel testo della docente di materie letterarie Maria Sirago, e poi le architetture del centro storico e il ruolo del principe genovese Marcantonio Doria d’Angri nell’evoluzione del gusto urbanistico ricordati dall’architetto e storico Luciana Di Lernia; e ancora, le sapide digressioni (diacroniche e sincroniche) dello storico Guido D’Agostino su Toledo (e la sua “bi-metro”), accanto al bel ritratto d’ambiente della Napoli della belle époque che confluiva nella libreria-cenacolo di Luigi Pierro in piazza Dante 76, “dipinto” dalla penna del francesista e scrittore Riccardo de Sangro attraverso i carteggi di Vittorio Pica e del suo entourage (capeggiato da Matilde Serao, unica donna tra tanti intellettuali uomini…).

Particolarmente originale l’incipit del volume, «Napoli in bianco e “velo”»: con nove deliziosi racconti in palmo di mano (e altrettante foto bianconere) di Massimo Velo, fotografo e docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, il quale - giocando con le parole, le immagini e la grafica dei testi - dona al lettore un ironico e affettuoso amarcord capace di intrecciare, in pillole, toccanti ritratti di ex compagni di scuola, siti della città, momenti ed emozioni sottratti così all’oblio. Perché in fondo - come sottolineava Octavio Paz - la memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda; e allora, per dirla con Saul Bellow, tutti abbiamo bisogno della memoria, perché «tiene il lupo dell’insignificanza fuori dalla porta». Lo può confermare anche l’ultimo contributo del volume, di taglio storico-narrativo, nel quale l’anglista Adriana Corrado ripercorre (dal 1517 in poi!) stralci di significativi reportage di viaggiatori britannici a Napoli: fonti preziose e spesso misconosciute ricche di sorprese per (ri)scoprire ulteriori facce, luminose o anche oscure, del prisma Napoli nella sua ricezione all’estero.

Non manca, in questa raccolta, il “racconto dei racconti” di Napoli, ispirato esplicitamente da potenti spunti letterari: come le “confuse visioni” ortesiane, rivisitate dalla letterata Ornella Gonzales y Reyero e dall’italianista Mario Rovinello, o come la personalissima, visionaria e cruda «Frantumaglia» dello scrittore Antonio Piscitelli, corposo elogio della «verità che è nuda» e della «rivoluzione dell’eterno femminino» sulle tracce della fortunata tetralogia “neapolitan” di Elena Ferrante: qui criticamente indagata - e rabbiosamente, amorosamente “impastata” con sarcasmo e pietas, empatia autobiografica e tagliente sguardo sociale - nei suoi meandri più riposti e meno scontati, sottratti finalmente ai cliché che non risparmiano nessuna opera di successo. Scrive in conclusione del suo contributo Antonio Piscitelli: «Devo aggiungere altro per dire che le storie di Elena Ferrante sono napoletane per necessità scenografiche e che possono ben adombrare la globalizzazione? In questa prospettiva la città, nel cuore della società dello sviluppo, è laboratorio di forme organizzative funzionali alle strategie globali. Il suo territorio e la sua gente lo consentono. Napoli non è Italia, non è Europa, non è neppure mondo; Napoli è un esperimento del sistema globale, per la sua storia di plebi irredente e irredimibili…».

Tesi da discutere, come avverrà in occasione della prima presentazione del volume: in programma oggi alle 17.30 a Napoli, nella Sala Pan di Palazzo Roccella (via dei Mille 60). All’incontro – organizzato dall’Esi con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, il Palazzo delle Arti Napoli, in collaborazione con l’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi” – intervengono con autori e curatori Maurizio De Giovanni, Annamaria Palmieri e chi scrive (intermezzo musicale e letture a cura degli studenti del Liceo musicale Palizzi, coordinati dalle prof Astarita e Mallozzi). Perché in sonno e in veglia, tra miseria e nobiltà, passeggiando da flaneur tra siti densi di Storia e (ri)cercando storie di figure del passato remoto o anche recente, la Napoli a occhio nudo che trapela insomma da questo libro non è la solita (e ormai abusata nella sua banalità) immagine da antologia di racconti “da”, “su”, “per” o “intorno” alla città porosa: musa e protagonista plurimillenaria, da sempre ispiratrice di un corpo a corpo dalle venature amorose (si pensi al paradigma di Napoli figlia dell’amore, e incarnazione dell’amore, nelle Leggende napoletane di Matilde Serao, per fare un solo esempio); semmai, è una sineddoche plurivoca della Dadapolis di ramondiniana memoria, in una composizione di frammenti-parte di un mosaico troppo vasto e forse inconoscibile da essere circoscritto nelle pagine di un solo libro, che offre tuttavia un significativo supplemento di conoscenza oltre gli stereotipi che da sempre si addensano (anche) sull’immagine della città.
Mercoledì 24 Ottobre 2018, 11:22
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