Solalinde, il prete coraggio contro i narcos a Napoli con Sant'Egidio

di Donatella Trotta

Lo chiamano “il don Ciotti messicano”. Divenuto, da ragazzo ribelle, prete inquieto in cammino. Al fianco dei migranti. E da sacerdote “borghese”, colto e raffinato, a testimone militante di speranza tra i più poveri e indifesi della Terra, candidato al Premio Nobel per la Pace: Alejandro Solalinde, classe 1945, è un religioso vestito di bianco, dal volto affilato e intenso, che al collo indossa una piccola croce greca di legno un po’ concava, quasi a connotare in un simbolico abbraccio il carisma dell’accoglienza. Eroe involontario, ma non inconsapevole, nella cruenta e spietata guerra dei narcotrafficanti collusi con i poteri forti centroamericani, padre Alejandro vive alle frontiere di un’America Latina dove il mattatoio dei narcos miete 25mila vittime l’anno, tra i 500mila migranti in fuga verso gli Usa attraverso il Messico (l’80% provenienti da Guatemala, Honduras ed El Salvador: paese dove vengono uccisi tre under 18 al giorno). Un’area dove dal 2006 a oggi le mafie del narcotraffico hanno ammazzato circa 250mila persone, rapito e seviziato centinaia di migliaia di sfollati interni al continente e dove di almeno 27mila sequestrati - per il lucroso business dei migranti “indocumentados”, dunque invisibili - non si sa più nulla. Spariti nel buco nero della prostituzione, della riduzione in schiavitù, delle mutilazioni per l’espianto e il commercio di organi tra  torture, stupri e violenze che non risparmiano nessuno: bambini, donne, uomini.

Nel 2007, padre Alejandro ha fondato per loro un centro di aiuto e accoglienza, «Hermanos en el Camino». E a rischio della propria stessa vita, incurante di ripetute minacce di morte dai vari “cartelli” malavitosi e tentativi (anche istituzionali) di metterlo a tacere, combatte con l’arma del Vangelo sine glossa i trafficanti d’uomini. Che gliel’hanno giurata: tanto che da tempo Alejandro Solalinde vive sotto scorta, come racconta lui stesso nel libro-testimonianza in dialogo con Lucia Capuzzi Il prete che sfida i narcos (Emi, con prefazione di don Luigi Ciotti). Il protagonista ne parlerà a Napoli oggi, in un incontro promosso dalla Comunità di Sant’Egidio (nella Chiesa dei SS. Marcellino e Festo, ore 17.30), tappa di un tour italiano (dal 3 al 17 ottobre) in occasione dell’uscita (l’11 ottobre) del suo nuovo libro: Questo è il Regno di Dio. Una vita radicalmente cambiata (Emi, prefazione di Leonardo Boff).

Padre, la sua è una vita a rischio costante: nel 1979, ha conosciuto monsignor Romero, ucciso poco tempo dopo. Ma come fa a vincere la paura?
«L’incontro memorabile con Romeo, che considero un profeta, ha lasciato un segno profondo in me. La paura può attendere. Ho una missione da compiere: e l’amore è più forte della paura».
Quanto ha peggiorato il muro della politica di Trump la situazione che lei denuncia con coraggio? 
«La politica xenofoba e razzista di Trump ha di sicuro alimentato l’odio nei suprematisti bianchi americani. Tanto che se prima del 2014 un nostro ospite su 10 ci raccontava di essere stato vittima di un crimine, dopo il 2014 e i nuovi muri sono nove su 10. Ma vedo un punto d’incontro tra il sistema e i poveri».

In che senso?
«Quando l’uomo più potente della Terra finisce con il colpire i più deboli, bambini compresi, diventa un acceleratore di un sistema in agonia: obbligando l’opinione pubblica internazionale a prendere posizione e coscienza contro leggi e pratiche disumane. E a lottare per difendere la giustizia».

Ma con quali speranze di cambiamento? Lei parla del “caso Messico”, paradigma di corruzione e impunità dei poteri forti che tengono sotto attacco attivisti, preti e giornalisti dissidenti, come di un «esempio limite del potere letale del soldo elevato a religione»: un messaggio anche per l’Europa, con il suo “capitalismo infelice”...
«Sì, ma qualcosa sta cambiando. Dal 1° dicembre, con l’insediamento del nuovo presidente Andrés Manuel López Obrador - che alle ultime elezioni ha sconfitto il vecchio governo di cui abbiamo sempre denunciato le contiguità con le mafie – si giocherà una grande sfida, già avviata con il coinvolgimento concreto delle oltre 180 associazioni e organizzazioni umanitarie impegnate in Messico per un nuovo sviluppo del Paese (attivisti di Libera compresi). Programmi sociali contro le diseguaglianze, incentivazione dell’alfabetizzazione tra i giovani, lotta aperta alla corruzione e nuove politiche migratorie i punti in programma, che pongono Obrador tra due fuochi: da un lato, le pressioni di Trump, dall’altro le istanze delle organizzazioni umanitarie».

Dei migranti, tema dolente anche in Italia e in Ue, lei dice: «sono un segno dei tempi, vittime del neoliberismo selvaggio che ha divorato il loro paese e li ha costretti a lasciarlo», «testimoni» feriti «di un mondo in disfacimento» ma anche «pionieri del futuro». Con quali prospettive?
«L’unica speranza è l’incontro, il dialogo autentico. I poveri emigranti non hanno nulla di romantico: sono frutto della distruzione capitalistica e dell’egoismo umano. Ma portano anche valori, oltre che contraddizioni. E con il tempo, grazie all’aiuto silenzioso di tanti, avranno un loro ruolo in Europa - conquistandone l’attenzione e l’affetto - oltre quello che già hanno di prendersi cura degli anziani e di contribuire al sistema pensionistico. Gli esempi non mancano: conosco casi in Alto Adige di molte donne anziane, ormai ritirate dal lavoro, che mantengono agli studi giovani migranti portandoli fino alla laurea. L’istruzione è uno strumento potente di emancipazione: e ciò che fanno queste donne va ben oltre qualunque politica razzista o xenofoba del governo italiano. Perché cambia il futuro». 
 
 
Sabato 6 Ottobre 2018, 11:44
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