Crisi da Covid al Sud, Provenzano: «Subito sgravi fiscali e zero oneri sulle donne»

Giovedì 23 Luglio 2020 di Nando Santonastaso

Ministro Provenzano, è esagerato dire che il Recovery Fund, con la ribadita centralità della Politica di coesione, sembra fatto su misura per colmare i divari del Mezzogiorno, dalla sanità alle infrastrutture, dal lavoro all'innovazione?
«È proprio così, sia per la filosofia di fondo del Piano sia per le scelte di merito siamo di fronte ad un'intesa storica per l'Europa risponde Peppe Provenzano, ministro per il Sud e la coesione territoriale -. Sviluppo ed equità sono state coniugate per la prima volta in modo chiaro e questo vuol dire provare a colmare veramente i divari tra le aree territoriali, in Italia e negli altri Paesi Ue. Nel merito, la Coesione territoriale è stata assunta come uno degli obiettivi centrali di questo piano di rilancio a margine del quale, peraltro, siamo riusciti a ottenere anche un ulteriore risultato per il Sud di cui finora si è detto poco».

Di cosa parliamo, esattamente?
«Nella negoziazione sul bilancio pluriennale dell'Ue, non solo non sono state ridotte le risorse per la Politica di coesione ma rispetto al ciclo di programmazione 2014-2020 e alla stessa proposta iniziale della Commissione abbiamo ottenuto un miliardo in più, da 26 a 27, per le regioni meridionali. Ha pagato il gioco di squadra e la determinazione degli agguerriti componenti della delegazione italiana di negoziatori, dal ministro Amendola a tutta la rappresentanza italiana a Bruxelles».

Insomma, chi dice che le risorse non ci sono è fuori dalla realtà?
«Ci sono le risorse del Piano next generation, con la React-Eu che di fatto rafforza la politica di coesione e dunque le aree meno sviluppate; ci sono più soldi per i fondi strutturali 2021-27; e c'è un aumento del Fondo sviluppo e coesione 2021-27 che passa allo 0,6% del Pil e mette in campo 73 miliardi, come previsto dal Piano straordinario Sud 2030 che è parte integrante del Pnr. Dopo decenni, siamo davanti a un'opportunità storica: ci sono le condizioni per provare davvero a invertire il divario e ridurre le disuguaglianze territoriali. E c'è un governo, anche qui dopo decenni, che ci crede sul serio: questa è la prima crisi in cui il Mezzogiorno non ha perso nessuna delle risorse ad esso destinate».

Anche la riprogrammazione delle risorse europee per circa 10,7 miliardi rientra in questa strategia?
«Proprio così. In queste ore abbiamo fatto un ulteriore passo in avanti e siamo arrivati a 7 miliardi di interventi al Sud con la riprogrammazione, in gran parte già spesi. E questo ci ha restituito credibilità e forza nella trattativa con Europa: i Paesi frugali ci accusavano di non saper spendere i fondi strutturali e noi abbiamo potuto dimostrare il contrario».

Ma ora la domanda è: cosa bisogna fare, come spendere i fondi del Recovery Fund nei tempi molto ravvicinati previsti dall'Ue?
«La prima cosa da fare è applicare la riserva del 34% e recuperare capacità di spesa, come stiamo facendo, per accelerare l'attuazione del Piano Sud 2030 che è una delle gambe su cui si muoverà il Piano nazionale che di qui a settembre dovremo definire. Partiremo dalle missioni previste nel documento, e cioè scuola, salute, infrastrutture e innovazione, oltre all'attrazione degli investimenti, a partire dalle Zes. Ma dobbiamo osare di più».

Anche perché i dati Istat di ieri sono impietosi: il maggior numero di Neet - giovani che non studiano e non lavorano - è al Sud, il peggior livello di istruzione sempre qui. E la Svimez ricorda che è fondato il pericolo che la ripresa al Sud sarà senza occupazione.
«Per rispondere a tutto ciò abbiamo bisogno di accompagnare il rilancio degli investimenti pubblici e privati con una fiscalità di vantaggio che eviti il collasso occupazionale nel Mezzogiorno. La mia proposta è un taglio del 30% dei contributi previdenziali a carico delle imprese a scalare fino al 2030. Ne stiamo discutendo in sede di governo ma credo che dovremo attuare questa misura già entro quest'anno e confrontarci poi con la Commissione perché sia inserita nel nuovo ciclo della programmazione 2021-2027. Ripeto, è tempo di osare. Non possiamo rassegnarci a una jobless recovery».

Servirà anche a sfoltire il numero dei Neet che, peraltro, sono in gran parte donne?
«Lo dico da tempo, la nuova questione meridionale è essenzialmente una questione femminile. Ci vogliono interventi nelle infrastrutture sociali, come abbiamo fatto con i Comuni. Ma d'intesa con la ministra Catalfo inseriremo nel primo provvedimento utile di governo l'incentivo all'occupazione femminile al Sud, attraverso la riduzione al 100 per 100 degli oneri contributivi per le assunzioni delle donne per i primi 24 mesi».

Ma un livello di istruzione così basso come quello raccontato dall'Istat che prospettive garantisce al Mezzogiorno?
«Nel Piano sud 2030 avevamo non a caso inserito il contrasto alla povertà educativa come uno degli obiettivi irrinunciabili. E l'avere riconosciuto risorse e centralità al Terzo settore è stata una prima risposta. Ma anche l'innovazione del tessuto produttivo, a partire dalla capacità delle imprese di puntare sul digitale, deve diventare una priorità fino a creare veri e propri ecosistemi dell'innovazione. Per questo, d'intesa con il ministro Manfredi, stiamo studiando, proprio nell'ambito del Recovery Fund, la possibilità di replicare in tutto il Mezzogiorno il modello realizzato a San Giovanni a Teduccio dove i saperi dell'università hanno incontrato le imprese dando vita ad un sistema di alta formazione e di inserimento nel mondo del lavoro assai proficuo. E quando parlo di imprese penso anche a quelle pubbliche, ai grandi players dello sviluppo, da Leonardo a Fincantieri, dalla stessa Cassa depositi e prestiti al Fondo nazionale per l'innovazione: tutti devono sentirsi coinvolti in un percorso di formazione di qualità e trasferimento tecnologico».

Si può pensare di farcela con l'attuale macchina pubblica?
«È l'altra grande questione che abbiano davanti e non solo nel Mezzogiorno. Per trasformare questo Paese e mettere a terra tutte queste risorse serve una capacità realizzativa e progettuale che manca da anni. Il mio pallino da tempo è che bisogna reclutare una nuova generazione con nuove competenze all'interno della Pubblica amministrazione per vincere questa sfida: il piano di rigenerazione amministrativa è uno dei pilastri del Piano Sud 2030 e lo si può attuare anche con i fondi europei. Il sistema delle società esterne di consulenza, in cui pure sono verificate inefficienze e clientele, in tutti questi anni non ha restituito niente alle amministrazioni. Che alla fine si sono svuotate di competenze. In tanti enti locali, anche al Sud, ci sono amministratori giovani bravissimi. Non possiamo lasciarli soli».
 

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