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Abiti dismessi o vintage, anche l’ambiente fa festa con l’economia circolare

Mercoledì 2 Febbraio 2022 di Giusy Franzese
Abiti dismessi o vintage, anche l’ambiente fa festa con l’economia circolare

É uno dei settori produttivi più inquinanti.

Responsabile, secondo i dati dell’Agenzia europea per l’ambiente (Aea) del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. È anche uno dei settori che drena più risorse di acqua, miliardi di metri cubi (oltre 80 secondo gli ultimi dati), tra l’altro inquinandone poi tantissima. Tra tinture, lavaggi, tonnellate di scarti di microfibre, il settore tessile concorre per il 20% all’inquinamento globale dell’acqua. Non solo i produttori, anche i consumatori. Quando facciamo il bucato, ad esempio, ci mettiamo il nostro bel carico,  É soprattutto se nel cesto della lavatrice inseriamo abiti sintetici: si stima che il lavaggio di vestiti in poliestere rilasci ogni anno mezzo milione di tonnellate di microfibre nei mari. E poi ci sono i capi di abbigliamento che non usiamo più e buttiamo via: circa 11 kg all’anno a cittadino, secondo un’indagine della Commissione europea. A tutto questo dobbiamo aggiungere l’inquinamento al quale concorriamo indirettamente con l’acquisto dei nuovi abiti: sempre secondo i dati Aea è pari a 654 kg di CO2 a persona. Un’enormità, sulla quale forse non riflettiamo abbastanza quando riempiamo fino all’inverosimile i nostri armadi. Altri invece ci hanno riflettuto. E deciso che qualcosa deve cambiare.

LE DISPOSIZIONI

 La Commissione Ue ha inserito i rifiuti tessili nel pacchetto di direttive sull’economia circolare e ha stabilito che devono essere raccolti in maniera differenziata. C’era tempo per adeguarsi fino al 2025, ma l’Italia – che in Europa è uno dei principali produttori del settore – ha deciso di anticipare: le nuove norme sono in vigore dal primo gennaio 2022 e sono rivolte ai Comuni. Adesso anche molti produttori si stanno attrezzando. Differenziare la raccolta dei rifiuti tessili conviene non solo all’ambiente, ma anche ai bilanci aziendali. Nell’ambito del Sistema Ecolight sono nati recentemente Ecoremat ed Ecotessili, due consorzi nazionali, promossi da Federdistribuzione e dalle sue imprese associate, dedicati, rispettivamente, alla gestione dei materassi e imbottiti dismessi e alla gestione dei rifiuti tessili.

IL NETWORK

Altre iniziative sono alle “carte dal notaio”, come il consorzio Retex.green che il Sistema Moda Italia (associato a Confindustria) ha annunciato durante le ultime sfilate di Pitti Uomo a Firenze. Entro la prima metà dell’anno – assicurano – Retex.green sarà operativo con la creazione di un network qualificato di fornitori, che si occuperanno di tutte le fasi connesse alla raccolta, selezione e cernita, avvio al riutilizzo, riciclo e valorizzazione dei rifiuti provenienti dai prodotti del tessile, dell’abbigliamento, delle calzature e della pelletteria. Il consorzio – annuncia una nota – sarà “no profit”, nel senso che i proventi serviranno a compensare i contributi all’ambiente pagati dalle aziende consorziate.

I TRE CANALI

 Riutilizzo, riciclo e smaltimento: eccoli i tre canali dove vanno a finire i nostri abiti usati e gli scarti della produzione. L’obbligo di raccolta differenziata ha lo scopo di potenziare i primi due canali: sugli 11 kg di rifiuti tessili prodotti da ognuno di noi, attualmente in Europa più di 9 kg (l’87%) vengono smaltiti nelle discariche o nei termovalorizzatori, oppure esportati in Paesi extra Ue; la Commissione Ue vorrebbe ridurre al 10% la quantità di questi rifiuti che finisce in discarica. In realtà in Italia siamo già un pezzo avanti, con la raccolta nei “cassonetti gialli”, il cui contenuto, dopo un’attenta selezione, in media per il 40% viene venduto al mercato dell’abbigliamento usato, il 50% viene riciclato con la trasformazione in pezzame industriale, imbottiture e materiali fonoassorbenti (isolante acustico e termico) e circa il 10 per cento va agli inceneritori in quanto rifiuto vero e proprio. Il riutilizzo degli abiti usati da qualche anno sta vivendo un boom attraverso le piattaforme e i negozi di “second hand”. Indossare abiti di seconda mano, vintage ma non solo, è diventato molto di moda (è proprio il caso di dirlo). Ai giovani piace tantissimo. I brand più famosi lo hanno capito così bene che tutte le nuove collezioni sono pubblicizzate per i loro materiali green e i tessuti sostenibili o riciclati. E molte case di moda stanno dedicando spazi nei loro atelier e aprendo piattaforme dedicate ai loro abiti usati riacquistati dalle clienti, selezionati e sanificati. Lo ha fatto ad esempio Valentino, con il progetto Valentino Vintage. Lo ha fatto Gucci che ha lanciato lo store virtuale di pezzi vintage del brand “Gucci Vault”. E il colosso Kering ha acquistato il 5% di Vestiaire Collective, la piattaforma francese di vendita online di vestiti di seconda mano di lusso.

Ultimo aggiornamento: 3 Febbraio, 10:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA