Stellantis diventa realtà, John Elkann è il regista: presidente e principale azionista

Domenica 3 Gennaio 2021 di Giorgio Ursicino
John Elkann il giorno della quotazione della Ferrari a Wall Street

Un altro anno è tramontato. Forse il più infame fra quelli che si ricordano a memoria d’uomo. Un virus cattivo e subdolo ha fatto improvvisamente riscoprire all’umanità quanto vulnerabile sia l’esistenza. E la pandemia globale ha colpito quasi cento milioni di persone in tutti continenti e si è già portata via, soltanto per ora, circa due milioni di vite, spesso le più deboli e vulnerabili. Un periodo buio durante il quale le realtà più organizzate e gli uomini in grado di tenere la barra dritta sono emersi come non mai. In attesa che il vaccino faccia il suo lavoro, il personaggio dell’anno è stato, non ci sono dubbi, Elon Musk.

Il razzo di SpaceX ha accompagnato per la Nasa gli astronauti sulla Stazione Spaziale e la Tesla è volata ancora più in alto, moltiplicando il suo valore per sette e trasformando l’inventore nel secondo Paperone più ricco del pianeta, pronto a soffiare sul collo a Jeff Bezos di Amazon (capitale personale circa 180 miliardi di dollari). Aziende emergenti, tutti giocattoli del genio sudafricano. Con altrettanta nitidezza, in Italia si è rafforzata la figura di John Elkann, uomo con il tricolore nell’anima, ma abituato fin da bambino a considerare come giardino di casa il mondo. Dopo un testa a testa con Francesco Starace Ceo di Enel (energia), il rampollo del clan Agnelli (industria) si è piazzato in vetta alla classifica stilata dall’osservatorio permanente sulla reputazione dei manager. Alle spalle dei due, altri dirigenti di spicco come Carlo Messina (finanza) e Claudio Descalzi (energia).

Elkann, con tutte le presidenze che ha e con tutte le aziende che guida, non si può certo non definire un manager. È evidente, però, che l’appellativo gli va un po’ stretto e lui si muove in club diversi, sempre molto esclusivi. John è un industriale e un finanziere, un imprenditore e un capitalista. Siede di buon diritto nei tavoli degli investitori che contano e rappresenta una dinasty internazionale arrivata almeno alla sesta generazione. Un poltrona che scotta ma che, prese le misure, può dare immense soddisfazioni. Questi sono giorni epocali per John, anche per un cuore duro abituato a lavorare nel business senza frontiere. Con l’inizio del Nuovo Anno le assemblee degli azionisti di Fca e Psa daranno il via libera alla fusione del secolo dalla quale nascerà un gigante che ha nel mirino dieci milioni di veicoli l’anno.

Un colosso planetario, il quarto per dimensioni, di cui Elkann sarà presidente e principale azionista (14,4%), con una quota più che doppia rispetto al secondo (la famiglia Peugeot e poi lo Stato francese), attraverso la holding Exor che lui guida sin dalla creazione (2009). Per l’erede di una stirpe diventata famosa come industriali dell’auto, proprio una bella soddisfazione. Che ha smentito più volte i rumors di un disimpegno. Sarà pienamente soddisfatto nonno “Gianni”, che l’ha scelto come erede designato, o il nonno del nonno Giovanni che, nell’ultimo anno dell’Ottocento, fondò la Fiat. Da quella posizione privilegiata, statene certi, John non resterà a guardare. Non è nel suo stile. Si occuperà del suo lavoro rispettando gli altri, dando fiducia e ampi margini di manovra ai suoi top manager.

La sua carriera sta lì a testimoniarlo. Ormai entrato nella storia il feeling con il geniale Sergio Marchionne, un caposcuola assoluto all’alba del terzo millennio che è stato un autentico punto di rifermento nell’industria e nelle finanza. Per coraggio e intuito, visione e lungimiranza. Un lavoratore fuori dal comune che trasformava in oro tutto ciò che toccava. Un maestro unico che, però, lo stesso allievo, poco più che ventenne, sembra abbia scelto, affascinato dall’audacia di brillante e acrobatico banchiere, capace di spianare le montagne e di affrontare trattative impossibili. La leggenda narra che, in una cena nell’esclusiva Ginevra, fu proprio il ragazzo diventato grande in fretta ad invitare Sergio nel Cda di Fiat. Il resto è scritto nei libri.

Marchionne, da solo, convinse Rick Wagoner (non è ricordato come uno dei numeri una più scaltri, tanto che portò i libri in tribunale) e la GM ad aprire la cassaforte per ridare la libertà alla casa torinese. E, qualche anno dopo, sempre più o meno da solo, convinse il presidente degli Stati Uniti Barak Obama a affidargli la Chrysler che avrebbe pagato con gli stessi soldi del Gruppo di Auburn Hills tornato magicamente una gallina dalle uova d’oro. Elkann guardava e imparava, senza sprecare nulla. Dalla serata sul lago, al primo giugno 2018 quando, John e Sergio abbracciati, illustrando il piano quinquennale, annunciarono l’azzeramento del debito industriale di Fca. Purtroppo, poco più di un mese dopo, un male incurabile si portò via, all’improvviso, il manager dei due mondi di origini abruzzesi, il carabiniere della finanza.

Marchionne, ancora una volta, ebbe ragione. La squadra del Lingotto era pronta a correre senza il “boss”. John, ancor di più, si investì del ruolo di capo assoluto. A fianco a lui, Michael Manley assunse il compito di Ceo di Fca, muovendosi con autorità e discrezione, in perfetta sintonia con il Presidentissimo. Se Manley ha gestito con brillantezza la non facile operatività di Fiat Chrysler, Elkann si è mosso con lo spessore del proprietario trovando, dopo aver tentato con Renault, il partner giusto in pochissimo tempo. Chiaramente si è comportato non solo da manager, ma da imprenditore “pesante”, mettendo in campo tutto il suo carisma e le relazioni che contano. L’antica famiglia Peugeot sì, ma ha avuto anche il via libera dall’Eliseo e della Casa Bianca che hanno molta voce in capitolo nelle sorti dei gioielli nazionali.

Pochi giorni fa l’ok dell’antitrust europeo e poi l’annuncio sull’organizzazione di Stellantis e sul ruolo del fido Manley che ha accettato di sfilarsi il capello di Ceo per continuare a lavorare con la newco e, soprattutto, con Elkann. Stellantis poggerà su due gambe. Una di queste, chiamata Americans, vedrà al timone il manager britannico che, da una ventina d’anni, lavora a Detroit ed è considerato “uno di loro”. Una garanzia di continuità per la parte americana dell’azienda (ricordate come andò a finire con Daimler...) che produce più utili. Fin qui tutto facile, la vera sfida di Elkann è dimostrare di avere un gran rapporto anche con il nuovo Ceo, Carlos Tavares, che lavorava per la Psa.

Certamente le parole di stima nei confronti del manager portoghese si trasformeranno in realtà, anche perché l’“agnellino” è abilissimo a tirare fuori il meglio dagli uomini di spessore. E Carlos, attualmente, è forse il miglior condottiero automotive sul mercato. Non è il suo mestiere, infatti, seguire l’operatività di un’azienda. John è più presidente che Ceo, anche per mancanza di tempo. Di presidenze ne ha le tasche piene. Quasi tutte le società dell’ex Lingotto che ora sono tenute al guinzaglio dall’Olanda attraverso la Exor. Un capolavoro di architettura finanziaria inventato da Marchionne e sempre vidimato da Elkann tanto che anche i francesi di Psa hanno accettato di buon grado, senza badare a troppi nazionalismi, di insediare il quartier generale di Stellantis ad Amsterdam.

Gli impegni di Elkann non finiscono con Stellantis che è solo una parte del suo portafoglio. John è presidente della Exor, della Accomandita Giovanni Agnelli con cui gli eredi (ben oltre cento) delle famiglie Agnelli-Nasi controllano l’Impero. Un po’ per statuto, molto per bravura, tante persone a spartirsi i dividendi, una sola a prendere le decisioni e comandare. Elkann ha il totale controllo anche della Dicembre, una società semplice con cui la famiglia ristretta dell’Avvocato detiene oltre il 35% dell’accomandita Giovanni Agnelli. È anche Presidente (e Ceo ad interim) della Ferrari, un’ambita fuoriserie da oltre 35 miliardi di capitalizzazione e della Gedi (editoria, controlla Repubblica e la Stampa).

Ha lasciato solo la guida della CNH dove è presidente Suzanne Heywood e dove il 4 gennaio (stesso giorno delle assemblee Fca e Psa) si insedierà il nuovo Ceo Scott Wine che ha il mandato di portare avanti lo spin off della Iveco e della Powertrain. Vicepresidente della CNH è Alessandro Nasi, l’unico membro della famiglia oltre a John che ha un ruolo operativo in una delle società della galassia. Che gli impegni di Elkann siano più strategici che operativi lo conferma il gran da fare con Exor, la holding, la società numero 24 al mondo per fatturato controllato. Una società che viene costantemente aggiornata e tarata per massimizzare i settori da presidiare. Quando è nata, solo un decennio fa, aveva le azioni che valevano poco più di 5 euro poi sono arrivate a 70, e controlla società che hanno un fatturato di 150 miliardi di euro l’anno.

La Exor, nel tempo, ha dismesso il Turismo, le quote nella svizzera Sgs e l’immobiliare Usa Cushman&Wakefield per investire oltre 6 miliardi (sembra su consiglio di Warren Buffett, guru novantenne, patrimonio personale di quasi 90 miliardi di dollari) nella compagnia di riassicurazioni americana PartnerRe. Cifra che in tre anni, fra dividendi e aumento del valore, si è molto incrementata. Prima dello scoppio della pandemia, infatti, Exor aveva ricevuto un’offerta dalla Francia, poi non concretizzata (per ora), di quasi 10 miliardi di euro. Le periodiche chiacchierate con Buffett aiutano a definire lo scenario a John, al pari di quelle con Jeff Bezos di Amazon e Larry Page (altro che non se la passa male, ottavo più ricco del pianeta con un patrimonio di 80 miliardi di dollari) di Google.

Se chiama Elkann sono in pochi a non rispondere, compreso l’inquilino della Casa Bianca. L’anno scorso l’ultima mossa fra finanza e industria emergente. Con 250 milioni John, attraverso la Iveco nella pancia di CNH, ha acquisito circa l’8% della Nikola, la newco di Phoenix che si occupa di camion ad idrogeno ed elettrici. La General Motors, pochi mesi dopo, ha investito due miliardi per avere l’11%. Buona parte dell’investimento è conferito in strutture perché la società di Exor ha messo a disposizione i suoi impianti in Germania (per le tecnologie avanzate vanno tutti lì) per produrre entro il 2023 camion “zero emission”. Nikola ad inizio giugno capitalizzava quasi 30 miliardi, un buon investimento avendo pagato pochi mesi prima 250 milioni per l’8%... 

Ultimo aggiornamento: 8 Gennaio, 20:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA