Statali, si torna in ufficio: smart working su progetto

Lunedì 22 Giugno 2020 di Marco Esposito

Lo statale torna in ufficio. In modo graduale, da fine luglio. Ma lo smart working «esteso», che ha caratterizzato la pubblica amministrazione durante il lockdown, si trasforma da una necessità a opportunità da stabilire amministrazione per amministrazione, in base a progetti tesi a migliorare la produttività. Nei momenti più duri della lotta al coronavirus il pianeta pubblico è apparso spaccato. Ci sono stati settori eroicamente in prima linea - sanità, forze dell'ordine, pulizia - altri che si sono dovuti letteralmente reinventare il lavoro, come la scuola. E poi gli uffici: in mezza Italia, più al Nord che al Sud, la regola era trovare gli uffici vuoti. In base alla rilevazione del 21 aprile, cioè nel pieno del lockdown, in cinque regioni la quota di personale che lavorava a distanza superava il 90%. Alla Regione Abruzzo, addirittura, i dipendenti coinvolti nel lavoro agile erano 1.415 su 1.415: tutti agilissimi. All'estremo opposto la Calabria, con 944 dipendenti su 2.050 in smart working. La Campania era in una posizione intermedia, con sette dipendenti su dieci collegati con gli uffici a distanza. Fanno impressione i dati di Lombardia e Lazio. Nella prima Regione, su 3.034 dipendenti in servizio, erano nei loro uffici appena 47, con il rimanente 98,4% collegato online. Alla Regione Lazio su 4.493 in servizio, 153 erano in ufficio e gli altri 4.340 lavoravano da casa. Oltre il 90% di smart working anche Toscana e Provincia autonoma di Trento.

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Per alcuni dipendenti pubblici, i mesi di lockdown e di lento rientro alla normalità si sono trasformati in micro attività tese a dare segnali di esistenza ai responsabili. Non è un luogo comune, è quanto si ricava dalla lettura di alcune domande rivolte ai dirigenti della pubblica amministrazione proprio per capire come ha funzionato e come può migliorare lo smart working. Ecco la domanda 29 (di trentasette): «Come pensi possa essere percepito un diffuso utilizzo del lavoro agile nelle amministrazioni pubbliche da parte dei suoi principali portatori di interesse (cittadini, imprese, utenti, organizzazioni rappresentative, opinione pubblica, media, etc.)?» Tra le risposte possibili ce ne sono due positive e tre negative. Le prime sono «come segnale di forte modernizzazione e di maggiore efficienza» e «determina una maggiore attrattività delle amministrazioni quale posto in cui lavorare». Le tre negative sono invece «timore di un decremento della produttività dell'amministrazione e delle modalità di erogazione dei servizi», «timore di un decremento della produttività individuale» e infine «privilegio dei dipendenti pubblici rispetto a quelli privati».
 


Il mese di giugno è riservato a una gigantesca consultazione pubblica affidata al Formez chiamata ParteciPA, dove le maiuscole finali alludono a Pubblica Amministrazione. Tutti i dipendenti pubblici possono contribuire, sia rispondendo al questionario, sia con proposte libere. Per il momento però il confronto è chiuso agli utenti della Pubblica amministrazione.

La ministra della Funzione pubblica, Fabiana Dadone, è convinta che il lavoro agile favorirà una spinta complessiva all'innovazione della Pubblica amministrazione e vuole definire una cornice di regole, immaginando che a regime una quota intorno al 30% dei dipendenti pubblici utilizzerà il lavoro agile, non come «privilegio» bensì quale forma migliore per passare dal lavoro misurato dal tempo di permanenza negli uffici (con la timbratura del cartellino a segnalare l'inizio e la fine della prestazione) al lavoro per obiettivi, più produttivo. Di sicuro andranno affrontati alcuni temi strettamente contrattuali. A chi lavora da casa spetta il buono pasto? Vanno rimborsati i costi che si spendono da casa per energia elettrica e rete internet? In cosa consiste davvero il «diritto alla disconnessione»?

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Tutti temi aperti, sui quali finora ci si è mossi in ordine sparso. Ha fatto scalpore in particolare l'indennità da lavoro agile di 100 euro al mese riconosciuta ai dipendenti della Banca d'Italia, i quali non fanno parte della pubblica amministrazione ma svolgono comunque un'attività d'interesse pubblico. Al Mef invece, dove lo smart working era realtà in molti uffici già prima del Covid, il buono pasto era stato cancellato. Quanto alla disconnessione, il primo Stato a riconoscere tale diritto è la Francia, in una legge del 2016. In Italia molte aziende regolamentano lo smart working specificando che ci sono orari di lavoro da rispettare, ma senza individuare un vero e proprio diritto a non ricevere comunicazioni h/24. La norma pilota arriva dal mondo dell'Università e per l'esattezza dall'Insubria. L'ateneo con sede a Varese ha definito un vero è proprio diritto/dovere di disconnessione inteso, come «diritto di non rispondere a telefonate, e-mail e messaggi d'ufficio e il dovere di non telefonare, di non inviare e-mail e messaggi di qualsiasi tipo al di fuori dell'orario di lavoro» dal lunedì al venerdì, dalle ore 20 alle ore 7 del mattino seguente e per le intere giornate di sabato, domenica e durante i festivi. Con un decreto si è anche introdotto in modo un po' naïf il «Giorno dell'indipendenza dalle e-mail», previsto per tutto il personale amministrativo. Il divieto di inviare e-mail e altri messaggi social scatta quattro volte all'anno, con l'obiettivo di recuperare «la forza del dialogo e del rispetto reciproco». Chi vuole comunicare qualcosa, telefona o convoca una riunione. E ci si guarda negli occhi.

Ultimo aggiornamento: 19:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA