Di Maio lo arruola/ Vip in fuga dai 5Stelle e Banfi va all’Unesco

di Mario Ajello

Mario Ajello
Nella diaspora dei testimonial stellati, Lino Banfi non si muove.
Non dice ciaone al giovane-vecchio Di Maio come va di moda tra i vip del pentimento sinistrese - da Claudio Santamaria a Fiorella Mannoia, da Sabrina Ferilli a Elio Germano, ma resiste Orietta Berti e celentaneggia Celentano - e riceve l’onore della nomina all’Unesco. Come se fosse un pezzo di pietra antica di Matera o un’altra veneranda vestigia del patrimonio nazionale. Ma a suo modo proprio questo è Nonno Libero. Ed è l’icona pop che serve ai 5Stelle. Più giallorosso («Ho lavorato con tante donne meravigliose ma le curve della Roma sono le più belle») che giallo-verde. Pugliese doc e la Puglia s’è trasformata da punto di forza in tallone d’Achille per M5S in crisi di abbandono dopo le retromarce su Ilva, Tap e trivelle. Rassicurante al massimo grado per certa Italia televisiva, come lo è stata Iva Zanicchi per il Cavaliere (sta berlusconeggiando Di Maio?), e affidabile per certa Italia profonda modello Padre Pio («Ho sempre in tasca la sua immaginetta», così come ce l’ha il premier Conte che è suo amico e pugliese come lui). Banfi incarna, ma ne fa anche la semplice parodia, l’antropologia democristiana tendente a destra e «io mi sono sempre dichiarato di centrodestra ma ho sempre preso calci in bocca dal centrodestra». E così, non è stato scelto a caso il buon Lino. Può servire, in questa fase guerrigliera alla Dibba, a un riequilibrio e a un’integrazione fatti di moderatismo nazional-popolare e di slang da paciosa provincia. Ed è un tenero anziano che parla agli elettori anziani mentre, come direbbe lui, i “raghezzi” - cioè i giovani - sembrano disamorarsi del verbo grillino. E qui c’è da notare il paradosso. Quello di un movimento che della retorica del nuovo, del cambiamento, del ricambio ha fatto il suo punto di forza e poi vira su Nonno Libero. Uno che comunque nel “Medico in famiglia” era l’unico conservatore in mezzo al mainstream politicamente corretto, l’ultimo e l’unico simbolo dell’Italia d’antan e dello Strapaese calato nel progressismo dominante. E risultava simpatico proprio per questo. Nasce dalle difficoltà politiche M5S questa mossa comunicativa su Banfi.

Ma lui di sicuro, come l’Oronzo Canà in “L’allenatore nel pallone”, da inviato Unesco ci farà divertire. Anche se un personaggio più global e meno local sarebbe stato forse più adatto al ruolo. E un Piero Angela avrebbe figurato meglio, in quella carica, rispetto al co-protagonista dell’ “Esorciccio”. E magari, istrione per istrione, pugliese per pugliese, puntare su Checco Zalone (in “Quo vado”, Banfi recita stupendamente la parte del politico che intriga e raccomanda da Italia “di santi, poeti, navigatori e sottosegretari”, per dirla alla Totò) avrebbe dato un senso di maggior freschezza alla vicenda. Però, da testimonial dell’Unicef per i vaccini, quando i 5Stelle non li volevano, ha funzionato l’ottimo Banfi. Che come cordone ombelicale con la “gente” ha il suo perché. Ma, appunto, parla a una certa Italia, che non è detto però sia superata visto che è in corso la moderna tendenza giallo-verde di rispolverare una fisionomia di Paese da domenica con i negozi chiusi, da vecchio assistenzialismo sudista e perfino da ritorno del flipper nei bar (al posto delle slot machine e di altri aggeggi indecenti dove non inserire i soldi del reddito di cittadinanza) come proprio Di Maio ha vagheggiato tempo fa.

Da questo punto di vista, Banfi è il personaggio giusto e la sua immagine positiva sta bene. Però, al netto di tutte le qualità del personaggio, simboleggia poco l’innovazione. Non proietta granché l’Italia nel futuro, non dà agli occhi del mondo una rappresentazione completa e universale di ciò che vogliamo essere ma soltanto di ciò che in parte siamo. Ed evviva Nonno Libero. Forza Canà, eccezionale monumento alla normalità. Ci rappresenta molto più di Dario Fo, che ha vinto il Nobel; più di tanti radical chic che gli rinfacciano di non avere titoli accademici; più degli schizzinosi da lagna permanente e da intellettualismo a vanvera. Ma forse al solito cliché dell’arci-italiano se ne potrebbero affiancare o sostituire altri. Pur nel rispetto assoluto per le orecchiette, per le cime di rapa e per una comicità che a suo modo è arte. 
Mercoledì 23 Gennaio 2019, 00:16
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti

QUICKMAP