La diplomazia/ Il ruolo del G20 nella crisi in Afghanistan

Domenica 22 Agosto 2021 di Romano Prodi

La conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani è stata completata in meno di dieci giorni. L’esercito afghano, pur organizzato con immense spese da parte americana, non ha opposto alcuna resistenza e, con la sua resa, ha persino fornito alle milizie talebane uno straordinario apparato di costosi e sofisticati armamenti. Non risulta inoltre che in alcuna regione del Paese vi siano state significative sacche di resistenza o episodi di ribellione anche se, durante i venti anni di conflitto, erano stati compiuti concreti progressi nel campo dell’istruzione, dell’economia e dei diritti delle donne.

Si possono e si debbono fare mille riflessioni sulla difficoltà di esportare la democrazia, ma la prima ed elementare conclusione è che, nel caso afghano, ci si è appoggiati su governi incapaci di conquistare la fiducia dei cittadini perché corrotti e lontani dalle loro reali esigenze. 
E’ infatti più facile mobilitare un esercito, di cui si conoscono tutte le regole operative, che agire per la trasformazione di una società lontana dai nostri valori e dalle nostre istituzioni, soprattutto se, come nel caso dell’Afghanistan o della Libia, essa è frammentata in diverse fazioni e tribù. Su questo tema occorrerà riflettere anche in futuro: oggi dobbiamo prendere atto che, a differenza di tanti altri casi, la presa di potere da parte dei talebani appare completa e, nel prevedibile futuro, senza alternative.

Bisogna quindi tenerne conto e dedicare ogni nostra energia nell’evitare vendette e spargimenti di sangue, proteggendo, per quanto è possibile, almeno i diritti elementari di tutti i cittadini afghani. 

Non credo che, nonostante le dichiarazioni riassicuranti, quest’obiettivo sia una priorità degli attuali governanti del martoriato Paese. Non solo per quanto è avvenuto in passato ma anche perché i nuovi padroni non sono in grado di controllare i comportamenti dei diversi gruppi che esercitano il potere sul territorio. I numerosi episodi di violenza che si sono registrati in questi giorni non potranno che ripetersi e moltiplicarsi in futuro. 

Solo una forte pressione internazionale, fondata su un comune interesse per una stabilizzazione dell’Afghanistan, può in qualche modo evitarne le più drammatiche conseguenze. Per vari motivi quest’interesse comune esiste. La Russia e la Cina hanno infatti al loro interno minoranze facilmente sensibili all’estremismo islamico, mentre il Pakistan e la Turchia temono che un nuovo flusso di profughi si aggiunga a quello che è già arrivato in passato. 

Il dialogo con i Talebani è quindi un passo obbligato ed è perciò positivo lo sforzo che sta facendo Draghi per metterlo nell’agenda di una riunione straordinaria dei G20, dove Cina e Russia siedono insieme agli Stati Uniti, ai Paesi europei, all’India, alla Turchia e all’Arabia Saudita. Una sede in cui, anche se non è il luogo ideale per prendere decisioni concrete, si può iniziare la ricerca di un compromesso fra tutti coloro che, per diverse ragioni, hanno interesse a non creare ulteriori tensioni in un’area così politicamente delicata. È infatti più facile iniziare un dialogo in questa sede così ampia che non in incontri diretti fra Paesi divisi da forti e crescenti contrasti. Questo per quanto riguarda il futuro. 

Intanto gli avvenimenti dell’Afghanistan hanno già prodotto pesanti conseguenze politiche all’interno degli Stati Uniti e dell’Europa e nei rapporti fra di loro.

Negli Stati Uniti crescono le divergenze sulle modalità di uscita dalla lunga guerra afghana. Si tratta tuttavia di schermaglie di breve durata e, comunque, di scarsa rilevanza di fronte al fatto che queste vicende confermano che l’assoluta maggioranza dei cittadini americani è contraria a impegnare risorse umane ed economiche in Paesi lontani dalla loro vita e dai loro diretti interessi. Il che, ovviamente, sta producendo un crollo della credibilità americana in Paesi che, come l’India, fondano la loro sicurezza sull’appoggio degli Stati Uniti.

Un sentimento di sfiducia che, anche se in modo più marginale, tocca i Paesi europei che hanno sempre, e in modo certo non disinteressato, contato sulla protezione dell’alleanza atlantica e sono invece costretti a prendere atto che la Nato, riguardo alla decisione e alle modalità del ritiro dall’Afghanistan, non è stata nemmeno consultata. Questo problema, almeno per ora, riguarda solo le cancellerie ma diventerà sempre più importante in futuro. 
A livello popolare l’attenzione europea si concentra, per ora, sulla possibile nuova ondata di migranti. Questo avviene non soltanto in Germania, dove siamo alla vigilia delle elezioni e dove si è aperta la gara per evitare l’ondata di rifugiati che, nel non lontano 2015, ha sconvolto la politica tedesca. La retorica della paura non coinvolge tuttavia solo i tedeschi ma si estende ovunque e viene ormai quotidianamente utilizzata da tutti i movimenti populisti ed euroscettici, a cominciare dalla Le Pen in Francia e da Salvini in Italia. 

A proposito di paura, si confondono strumentalmente due facce del problema completamente distinte fra di loro. La prima riguarda il dovere di dare assistenza ed asilo a tutti coloro che, avendo prestato servizio nelle nostre missioni, corrono un concreto pericolo per la propria vita o la propria libertà. Si tratta di un numero limitato di persone verso le quali la solidarietà sembra essere fortunatamente condivisa. Diversa è la paura di un’ondata migratoria. Essa è, oggettivamente, ancora lontana dalla realtà ma, per renderla ancora più lontana, dobbiamo mettere in atto, anche nei confronti dei Paesi confinanti con l’Afghanistan, una concreta politica di aiuto e di assistenza. Fallita l’opzione bellica ci resta infatti solo la via del dialogo, anche con paesi e organizzazioni politiche così lontane dalla nostra tradizione. 

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