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Gli squali lo hanno mutilato, Paul De Gelder adesso si batte per loro: «Insegno a superare le paure»

L'uomo racconta: "Mi hanno staccato una gamba e il braccio, ma non sono creature malvagie"

Lunedì 1 Agosto 2022 di Francesca Pierantozzi
Gli squali lo hanno mutialto, Paul De Gelder adesso si batte per loro: «Insegno a superare le paure»

PARIGI Paul De Gelder ha sempre avuto paura degli squali. Fin da bambino, quando suo nonno lo portava a pescare nell'oceano di fonte a casa sua a Melbourne. Ama raccontare di essere diventato un nuotatore a livello nazionale proprio perché, in gara, immaginava di avere uno squalo che gli correva appresso nella corsia. La paura è finita l'11 febbraio 2009, quando uno squalo toro da dieci metri gli ha staccato un braccio e una gamba. Come è andata l'ha raccontato mille volte: perché raccontare la sua aggressione è stato l'inizio della sua nuova vita, quella di una star televisiva, in prima linea nella difesa dell'animale che nell'immaginario umano incarna da sempre la cattiveria, il pericolo, la morte certa, con quelle sue migliaia di denti, quel suo olfatto così sensibile al sangue.

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LA STORIA
Tutto falso, dice oggi De Gelder, che ai pescecani ha dedicato anche un libro di prossima uscita, una sorta di invito e di allenamento a far cadere i nostri pregiudizi, anche quello più intimo di tutti, che lo squalo attacca perché è la personificazione del male, per il puro gusto di uccidere. Veniamo intanto al racconto di quell'11 febbraio. De Gelder era allora sommozzatore nella marina militare americana, dopo essere stato un discreto rapper (aprì perfino un concerto di Snoopy Dog). «Stavo svolgendo una missione di routine racconta dovevo testare un nuovo equipaggiamento dell'unità subacquea dell'antiterrorismo». Doveva semplicemente nuotare nella baia di Sydney. Solo che dopo poche bracciate, si ritrovò di fronte uno squalo toro da dieci metri . «E' arrivato da dietro, sbucato dal buio, abbiamo stabilito un contato visivo per qualche secondo dice poi mi ha staccato, con un solo morso, un braccio e una gamba». Poteva finire lì, invece, l'acqua smossa dallo squalo che se ne andava (con i suoi arti) gli ha fatto riprendere i sensi, è riuscito a raggiungere l'imbarcazione base, è stato salvato. E non ha più avuto paura. «Ho cominciato a chiedere perché fossi stato attaccato, mi hanno spiegato che lo squalo pensava probabilmente che fossi morto, o forse che ero una gigantesca foca ha racconto al Guardian Poi hanno cominciato a chiamarmi in tv, e per non fare la figura dello stupido, ho continuato a studiare seriamente gli squali».

Qualche anno dopo, una trasmissione lo ha invitato a prendere parte a delle riprese alle isole Fiji: «sinceramente ci sono andato soprattutto per farmi un vacanza con la mia fidanzata dell'epoca, e invece quando mi sono ritrovato di fronte a degli squali toro, tutti uguali a quello che mi aveva mezzo sbranato, è stata come una folgorazione, erano lì nel loro ambiente naturale, ce n'erano circa 150, io gli davo da mangiare, nessuno ha minimamente accennato a una aggressione, tutte le mie paure, i miei pregiudizi sono scomparsi in quel momento».

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Da allora Gelder è diventato il più ardente difensore degli squali. E' una star di Discovery Channel, si è trasferito a Los Angeles, parla ai convegni di imprese come esperto di terapie motivazionali. «Passare del tempo con gli squali, imparare a conoscerli, è una cosa che cambia la vita assicura insegna a superare pregiudizi, a andare oltre le proprie paure». Perché lo squalo, giura De Gelder, non è la creatura malvagia che i racconti, la letteratura, il cinema, Spielberg e tutti gli incubi ci hanno insegnato a pensare. E' tra le specie più antiche, più vecchio perfino dei dinosauri, è una chiave di volta dell'ambiente oceanico, se ne massacrano ufficialmente 100 milioni l'anno, ma probabilmente la cifra va moltiplicata per due».

 


I TIMORI
Sulle creature che lo hanno amputato, ma che gli hanno regalato anche una seconda vita, De Gelder ha appena scritto un libro: Perché abbiamo bisogno di salvare il più incompreso dei predatori (per ora soltanto in inglese per le edizioni Mudlark), in cui parla di sé, del suo attacco e della sua resurrezione, ma parla soprattutto di loro, dei loro denti che fanno paura (in effetti sono praticamente eterni, crescono in continuazione sostituendosi a quelli troppo usati, disposti in tre o quattro arcate, per un totale di trentamila nel corso della vita di un esemplare), della loro altrettanto temibile pinna dorsale (che gli serve per muoversi) e soprattutto di cosa fare se capita (non preoccupatevi, precisa comunque, la cosa è rarissima) di trovarsi faccia a faccia con uno di loro, uno bianco, un toro, un martello: cercate di guardarlo negli occhi, sostenete il suo sguardo, gli squali se ne rendono conto, sono dei cacciatori opportunisti, non vogliono battersi o lottare, se non si può fare altrimenti, mettetegli la mano sulla testa e spingetelo via». Il capitolo si conclude comunque con un ultimo saggio consiglio: «E poi raggiungete la riva il più velocemente possibile».
 

Ultimo aggiornamento: 2 Agosto, 08:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA