Musei a Napoli, il Comune è moroso e al Filangieri arriva la cassa integrazione

Martedì 28 Luglio 2020 di Luigi Roano

La morosità è la stessa, vecchia di 5 anni, così come i soldi che mancano all’appello, euro più euro meno: il Museo civico Filangieri - ente morale gestito da privati - rischia la bancarotta esattamente come la Cappella della Deputazione di San Gennaro. Il motivo? Il Comune non versa il suo obolo di sostegno, circa 65 mila euro all’anno, dal 2015. Storia vecchia, ma di promesse nuove mai mantenute. Basta chiedere ai tecnici di Palazzo San Giacomo che non hanno mai corrisposto le richieste degli assessori alla Cultura susseguitisi e che hanno dato l’ok al finanziamento. Non perché dispettosi, ma perché l’annoso problema che toglie ossigeno alla città - e al comparto cultura - è la pessima gestione finanziaria dell’ente guidato dal sindaco Luigi de Magistris travolto da ben 2,7 miliardi di debiti. Il triplo di quelli lasciati dal predecessore Rosa Russo Jervolino. 
 

 

Ora nel tritacarne è finito il Museo Filangieri situato in via Duomo nel quattrocentesco Palazzo Como dove sono raccolte le preziose testimonianze artistiche - dipinti, sculture, monete, armature, porcellane, testi, documenti, suppellettili, arredi - della storia della città. Uno scrigno, un altro dei tanti gioielli di Napoli che rischia di sfiorire. Eppure appena due anni fa l’arrivo come direttore al posto del dimissionario e compianto Giampaolo Leonetti - imparentato con la famiglia di Gaetano Filangieri - e dell’ avvocato Riccardo Imperiali di Francavilla, rappresentante degli eredi Filangieri sembrava essere la svolta per il rilancio del museo. E in realtà il Filangieri è assurto a nuova vita. Si staccano 40mila biglietti l’anno di media e nel sito si fanno tante iniziative così l’equilibrio economico della gestione ordinaria è un traguardo raggiungibile. I soldi che mancano sono quelli - per esempio - per pagare i contributi ai tre lavoratori del Museo finiti in Cig, che prima o poi finirà e se non arrivano i soldi verranno licenziati. Le problematiche connesse alle difficoltà finanziare del Comune da un lato, e uno statuto che non consente di - paradossalmente - accogliere altri soci privati per foraggiare il Filangieri dall’altro generano un pericoloso stallo. Il museo - giova sottolinearlo ancora - è in attesa di ricevere i finanziamenti dal 2015. Il Comune copre solo le spese per le pulizie del Museo che ammontano a circa 100mila euro l’anno, una cifra ragguardevole ma non sufficiente per lanciare in orbita un sito collocato in un’area strategica della città. Il progetto del Comune è quello di trasformare via Duomo nella via dei musei di Napoli. Basta pensare che oltre a quello di San Gennaro e del Filangieri c’è anche il museo dei Girolamini. Nella via della cattedrale napoletana sono complessivamente ben sette i musei sette i musei, una concentrazione tale da potere offrire ai turisti una quantità di opere unica nel mondo. Con una offerta che spazia dall’arte contemporanea ai cimeli medioevali. Già oggi - o meglio prima del Covid - via Duomo è tra le mete più frequentate dalle comitive, che da li poi si spostano nei Decumani. Ma se via Duomo, finalmente anche ripavimentata e con marciapiedi accoglienti, diventasse il polo museale di Napoli allora la musica cambierebbe. Il museo che porta il nome di Gaetano Filangieri - in questa ottica - sarebbe la porta di ingresso arrivando in metro alla stazione Duomo della via dei musei. 
 

Per ora il progetto con il Filangieri al centro della rinascita di via Duomo è fermo a metà strada. Il sito il rilancio del Filangieri nel senso che il sito è molto più aperto alla città, come testimoniano i biglietti venduti, ma soprattutto tutte le attività collaterali e gli eventi che ospita. Se poi si presentasse la possibilità di far entrare i privati, magari con nuovi finanziamenti, il Filangieri entrerebbe a pieno titolo tra quei musei che a livello europeo e mondiale sono finanziati anche da imprenditori. Oggi la cultura si fa con più soldi e con maggiori visitatori. Avere nuovi fondi, ma staccare un numero basso di biglietti non serve a nulla. Fare rete, costruire sinergie con gli altri musei, immaginare una integrazione tra tutti i musei è la strada da seguire. Ma per farlo c’è bisogno anche della mano del pubblico: del Comune. 

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