Agguato a Casoria, ucciso per errore a 18 anni: aveva la stessa barba del baby boss

Mercoledì 2 Giugno 2021 di Marco Di Caterino
Agguato a Casoria, ucciso per errore a 18 anni: aveva la stessa barba del baby boss

Le nuove leve della camorra. Belve feroci assetate di sangue. Killer senza scrupoli, che nemmeno sanno riconoscere la vittima da ammazzare. E cosi un ragazzo di appena diciotto anni, Antimo Giarnieri, nessun precedente penale, solo perché portava la barba e aveva la corporatura abbondante è stato freddato con quattro colpi di pistola da Tommaso Russo, un balordo violento che credeva di colpire Ciro Lucci, stesso look della vittima innocente e fisico in sovrappeso, un baby boss che appena uscito di galera voleva impossessarsi di una piazza di spaccio. Quella via Castagna a Casoria, teatro della tragedia avvenuta la sera dell'8 luglio del 2020, quando Tommaso Russo esplose una decina di colpi di pistola in direzione di un «mucchio» di ragazzi, coetanei della vittima, che abitualmente si incontravano sotto i portici. 

Poteva essere una strage. Quattro proiettili colpirono Antimo Giarnieri e un suo amico, Salvatore Caso, in qualche modo implicato nello spaccio di marijuana, e che dopo essere stato colpito ebbe la prontezza di ripararsi dietro un'auto scampando così a una morte certa. Giarnieri, invece, morì.

Dieci mesi dopo quel feroce agguato Tommaso Russo, ritenuto dai carabinieri e dalla Dda di Napoli l'autore del delitto, è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Napoli. Insieme a Russo, accusato di omicidio volontario e tentato omicidio aggravati dal metodo mafioso, è finito in manette Ciro Sannino, che insieme al killer di Antimo Giarnieri è chiamato a rispondere di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso per due episodi estorsivi.

Due episodi che sono indicativi della ferocia di Tommaso Russo, che per «convincere» uno spacciatore a pagare il pizzo, prima lo pestò a sangue e poi con un morso gli staccò il lobo di un orecchio. Mentre una seconda volta, e sempre per lo stesso motivo, ridusse in una poltiglia di sangue la faccia di un altro spacciatore che si era rifiutato di pagare 500 euro al mese a Salvatore Barbato, alias Totore o cane, legato al clan Moccia di Afragola, autonominatosi capozona a Casoria e per questo entrato in rotta di collisione con Ciro Lucci. In quella occasione fu picchiata anche la moglie dello spacciatore.

«Ho perso un figlio perbene e nessuna indagine me lo riporterà in vita è stato il lapidario commento di Teresa Pedato, mamma di Antimo Giarnieri . Ora c'è questa verità: mio figlio non era e mai era stato un camorrista. Lui non c'entrava. Lui aveva altri progetti di vita, una vita normale. Ed è impressionante la somiglianza di Antimo con quello che doveva morire al posto suo». Parole che sono esemplificative di come sia difficile vivere in quel carnaio di anime compresse nello stesso spazio del caotico hinterland a nord di Napoli. Dove tantissimi «bravi ragazzi» nel senso letterale del termine vivono a stretto contatto con coetanei dal lato oscuro, pronti a esercitare la loro prepotenza al prezzo del sangue degli innocenti. E questa volta, fatto più unico che raro, gli amici di Antimo Giarnieri sono stati «bravi ragazzi» fino in fondo.

Video

Nel corso delle indagini, che si sono avvalse anche di significative immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza della zona, chi ha visto ha parlato. I testimoni hanno abbattuto il muro di omertà. Persino l'abituale spacciatore di marijuana di via Castagna, intercettato in un colloquio con Salvatore Caso, il ferito dell'agguato, dice in uno stretto dialetto: «Perché Antimino? Lui non faceva niente (nel senso che non spacciava, ndr), era fuori da tutto». Poi, in lacrime sbotta: «Era meglio che uccidevano me, ma non lui». E non solo questo.

Uno dei testimoni dell'agguato, che pure aveva dato ai carabinieri una minuziosa descrizione dell'assassino, qualche mese dopo il raid mentre era in auto incrociò Tommaso Russo, che riprese con il suo cellulare, consegnando poi quel breve video ai carabinieri. Pochi giorni prima era stato convocato in caserma per un riconoscimento fotografico. Il sicario, che aveva agito a volto scoperto, e il testimone oculare non si conoscevano. Anche per questo l'apporto fornito da quest'ultimo è stato ritenuto estremamente affidabile dagli investigatori. Come pure le intercettazioni telefoniche tra esponenti del clan Moccia captate pochi giorni prima del raid che «prevedono» sangue a Casoria per lo scontro tra Antonio Lucci e Salvatore Barbato. Due giorni dopo il delitto lo stesso personaggio commenta che a Casoria «ci stanno le guardie dappertutto» e che i ragazzi amici della vittima avevano riferito ai carabinieri che a sparare era stato uno alto e tanto magro da sembrare un filo di spago. E Tommaso Russo nell'ambiente è noto come «spaghettiello».

Tanti elementi e nessuna omertà hanno consentito ai magistrati della Dda Ivana Fulco e Salvatore Prisco, con l'aggiunto Rosa Volpe, di richiedere al gip del Tribunale di Napoli Giuseppe Sepe la misura cautelare in carcere per Tommaso Russo e Ciro Sannino. 

Ultimo aggiornamento: 3 Giugno, 08:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA