Antonio Mattone e la vendetta del boss: «Giuseppe Salvia eroe dimenticato, il suo esempio va portato nelle scuole»

Giovedì 8 Aprile 2021 di Leandro Del Gaudio
Antonio Mattone e la vendetta del boss: «Giuseppe Salvia eroe dimenticato, il suo esempio va portato nelle scuole»

«Una persona semplice, ma dal carattere deciso. Era un isolano di Capri, dotato di umorismo, legatissimo alla famiglia. Uno che non si voltava dall'altra parte, come purtroppo fecero in tanti - anche in seno alle forze dell'ordine - che provò a far rispettare le regole. Per questo fu ucciso».

Non ha dubbi Antonio Mattone, nel ricordare Giuseppe Salvia, il vicedirettore del carcere di Poggioreale, ammazzato quaranta anni fa per ordine di Raffaele Cutolo. Scrittore, giornalista ed esponente della Comunità di Sant'Egidio, Mattone è autore del libro inchiesta La vendetta del boss (Guida editori), dopo aver consultato gli atti del processo (condannati Incarnato e Cutolo), dopo aver ascoltato novanta testimoni, visionato i registri del carcere di Poggioreale e consultato gli articoli dei cronisti del Mattino Enzo Perez (che conosceva personalmente Salvia) e Marco Pellegrini.

 

Mattone, perché Giuseppe Salvia fu ucciso?
«Perché fece il suo dovere. Cosa non da poco, specie nel carcere di Poggioreale dove in tanti (non tutti), erano collusi o conniventi».

Cosa spinse Cutolo a ordinare il delitto del vicedirettore del carcere?
«Fu un crescendo di episodi. Cutolo venne perquisito di ritorno da un colloquio con l'avvocato (era stato anche in udienza quella mattina) e aggredì Salvia, presente in quel momento. Ma ci sono altri retroscena legati al tentativo del vicedirettore di far rispettare le regole a Poggioreale: cominciò a indagare sulle richieste di trasferimento di Cutolo da altre carceri a Napoli, grazie a note e fonogrammi palesemente fasulli; mentre negò al capo della Nco di fare da testimone di nozze nel matrimonio di un suo affiliato: avvenne una settinana prima di morire, tanto che Cutolo gli fece mandare gli anelli nel suo ufficio, tramite un agente corrotto, con un messaggio sinistro (ora il matrimonio lo celebri tu...). Una condanna a morte per il giovane dirigente».

Facciamo un salto in avanti di quasi quaranta anni. Lei ha incontrato Cutolo, nel carcere bunker di Parma, cosa le disse a proposito di Giuseppe Salvia?
«A suo modo mi diede uno scoop e ancora oggi mi chiedo perché. Disse a me ciò che non disse in quegli anni a Joe Marrazzo».

Un attimo, restiamo alle parole che le disse Cutolo nel 2018 a Parma.
«Mi disse: L'ho fatto io l'omicidio Salvia. Era una confessione, dal momento che - pur essendo stato condannato all'ergastolo -, si era sempre protestato innocente. Ricorda l'intervista al decano dei giornalisti Joe Marrazzo? Cutolo si definì un un pazzo intelligente, non un pazzo stupido..., provando a scrollarsi di dosso l'accusa di mandante».

Un uomo di Stato condannato a morte, per aver fatto il suo dovere. Eppure, dopo quel delitto, quali furono le reazioni delle istituzioni e della nostra comunità?
«Molto silenzio, amnesia collettiva, tanto che ancora oggi al di là degli addetti ai lavori, sono in pochi a conoscere il sacrificio di un uomo rigoroso, capace di gesti semplici con i propri colleghi o sottoposti. Pensi che i suoi funerali non vennero celebrati dal cardinale di Napoli, come invece sarebbe stato doveroso, ma neanche il sindaco o il ministro della giustizia vennero alle esequie».

Quaranta anni dopo cosa resta della sua lezione?
«La storia di Giuseppe Salvia dovrebbe essere raccontata alle nuove generazioni, anche perché in tanti celebrano il mito distorto della Nco, ma sono in pochi a conoscere il dolore e la solitudine di chi ha provato ad opporsi a quel sistema criminale. Aveva 36 anni Giuseppe Salvia quando venne ammazzato, era un dirigente in carriera che avrebbe potuto costrursi una comoda carriera al riparo da rischi».

E invece cosa accadde?
«Decise di non voltarsi dall'altra parte. Iniziò a pretendere il rispetto delle regole a Poggioreale, dove venivano sequestrate armi, dove ogni giorno Cutolo costruiva la sua trama di potere, magari sostenuto dall'esterno da pezzi delle istituzioni. Ed è stato proprio Cutolo, almeno in parte, a confermarmi appoggi e adesioni da parte di segmenti istituzionali o del mondo politico».

A cosa si riferisce?
«Cutolo mi raccontò di aver svelato a un potente esponente della Dc retroscena sul covo in cui era imprigionato Aldo Moro, notizie apprese nel circuito penitenziario in cui era egemone, ma proprio questo potente uomo della Dc gli rispose di farsi gli affari suoi».

Tutto ciò mentre c'era chi andava a guardare i verbali di ingresso in carcere o pretendeva il rispetto delle regole quotidiane.
«Non è un caso che Cutolo ha costruito la Nco rimanendo detenuto per 54 anni. È evidente che la partita dello Stato italiano contro il crimine - una partita purtroppo ancora attuale - deve iniziare nelle carceri, rendendo efficace il carattere riabilitativo della pena, consentendo a chi è detenuto di studiare e di formarsi lavorativamente. Cutolo comprese il vuoto dello Stato nelle celle con largo anticipo e quando incrociò sul suo cammino un uomo come Salvia, decise di ucciderlo. Questa storia va raccontata ad alunni e studenti del 2021». 

Ultimo aggiornamento: 13:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA