Bonus medici e infermieri solo sulla carta, la rabbia negli ospedali di Napoli

Sabato 23 Maggio 2020 di Ettore Mautone

Medici e infermieri, bonus pandemia al palo: serpeggia il malumore tra medici, infermieri, tecnici e operatori sociosanitari impegnati in prima linea durante i lunghi mesi del lockdown. All'apertura delle attività economiche, alla ripresa di quelle sociali, mentre le rianimazioni si svuotano e le corsie dei Covid center tornano deserte, nessuno di questi angeli ha visto un euro dei mille e più promessi come premio per il duro lavoro prestato.

«Non abbiamo ancora visto nulla avverte una caposala del Cotugno l'unico conforto in questi mesi sono state proprio le luci accese da giornali come il vostro che ha riconosciuto il nostro valore».

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La prima norma ad aver previsto tali premialità in busta paga è stato, il 17 marzo scorso, il decreto legge n. 18. Il bandolo della matassa è all'articolo 1 dove è previsto, per il 2020, un incremento delle risorse per la remunerazione del lavoro straordinario a favore del personale dipendente direttamente impiegato nelle attività di contrasto all'emergenza Covid. I fondi sono quelli contrattuali per le condizioni di lavoro della dirigenza medica e sanitaria e del comparto sanità incrementati in totale di 250 milioni al lordo degli oneri fiscali (23 milioni in Campania). I criteri di ripartizione tra dirigenza e comparto di tali incrementi erano però demandati alle singole Regioni secondo quanto previsto dal sistema di relazioni sindacali. In Campania tale confronto è andato in onda sul web un mese fa e aveva fatto emergere alcuni nodi. Nella norma si parla di lavoro straordinario che non è esattamente attinente al concetto di premio. Inoltre per incassare tali indennità si dice che bisogna essere direttamente impiegati nelle attività di contrasto all'emergenza. Chi decide i confini di tale recinto? Scogli che riportati da Cgil, Cisl e Uil al tavolo della Conferenza Stato-Regioni erano stati superati con un pacchetto di proposte e modifiche all'originario decreto che avrebbero dovuto tradursi in correttivi che estendevano la platea dei beneficiari del premio inteso come indennità di risultato anziché di disagio. Emendamenti circolati in bozza e attesi col decreto Rilancio (pubblicato mercoledì scorso in Gazzetta Ufficiale). Pertanto si torna al punto di partenza e la palla ritorna alle Regioni.
 


Un mese fa il governatore Vincenzo De Luca si era spinto a prevedere un riconoscimento economico extra per i sanitari che hanno prestato servizio durante l'emergenza Coronavirus. «Oggi, a distanza di quasi 30 giorni, non c'è ancora traccia di quell'indennità» sottolinea il consigliere regionale Gianpiero Zinzi. In realtà la Regione non è rimasta con le mani in mano, ha avviato una ricognizione presso ciascuna azienda del personale avente diritto pensando a una differenziazione del premio in tre fasce di intensità (mille, 500 e 200 euro) ma tale lavoro è ancora incompleto. Nel piatto dunque resterebbero i 23 milioni stanziati a livello nazionale a valere su una voce contrattuale a cui aggiungere qualcosa del proprio bilancio ma non si sa quanto.

«La proposta emendativa portata dai sindacati confederali al tavolo delle Regioni - spiega Antonio De Falco che ha seguito le trattativa per conto della Confederazione medici ospedalieri - riconosceva che l'emergenza in atto ha comportato una maggiore esposizione al rischio di contagio per il personale dedicato all'assistenza di pazienti positivi al Covid-19 e in un'ottica di parità di trattamento di tutto il personale conveniva di estendere il riconoscimento dell'indennità di malattie infettive al personale del ruolo sanitario e agli operatori socio-sanitari per ogni giornata di effettivo servizio prestato presso i servizi che hanno ricoverato pazienti Covid. Indennità che veniva estesa al personale di tutti i ruoli operante nelle strutture ospedaliere, di ricovero, nei percorsi Covid-19, nei servizi territoriali ovvero a diretto contatto con utenze particolarmente a rischio di contagio lasciando alle regioni la possibilità di innalzarne il valore fino al doppio». In pratica mille euro di competenza nazionale su cui le regioni potevano raddoppiare la posta. Alcune regioni come il Veneto e L'Emilia effettivamente hanno raschiato il fondo del barile dei propri bilanci in altre si sconta un notevole ritardo.

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Nel piatto ci sono 1,256 milioni per interventi sanitari aggiuntivi: si va dai Piani di assistenza territoriale da riorganizzare a cura delle Regioni al potenziamento delle Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) a cui parteciuperanno specialisti ambulatoriali e anche assistenti sociali, dall'uso strutture alberghiere per ospitarvi le persone in sorveglianza sanitaria al potenziamento dell'attività domiciliare, dalle centrali operative regionali e kit di monitoraggio dei pazienti in telemedicina ai contratti co.co.co per gli infermieri (8 unità ogni 50 mila abitanti in tutto 9.600 infermieri). 

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