Camorra e supermarket, così il clan Zagaria
riciclava il denaro a Tenerife

Venerdì 22 Gennaio 2021 di Marilù Musto
Camorra e supermarket, così il clan Zagaria riciclava il denaro a Tenerife

Dalla Spagna in Italia, riciclando denaro «sporco» in una società per noleggio di auto e moto. Le «lavatrici» del clan erano anche le ditte spuntate dal nulla, impegnate nella distribuzione di prodotti - come il latte Parmalat - nei supermercati dove, però, i componenti della famiglia del boss Michele Zagaria non dovevano mai comparire, tenendo un «basso profilo» per timore dei sequestri. Così, il clan Zagaria era riuscito a reinventarsi spostando il denaro dal paese-fortino di Casapesenna a Tenerife, l'isola dell'oceano Atlantico della comunità autonoma delle Isole Canarie, in Spagna. Non solo. 

 

La famiglia Zagaria - attraverso il nipote - avrebbe partecipato nella distribuzione di alimenti nei supermercati «Pellicano» e «Jolly market» con 21 punti vendita nella provincia di Caserta. Ma anche nelle aziende produttrici «Ovopiù di Gravina Giuseppe», «I sapori della bufala» e «3Ksrl».  Oggi, i carabinieri del Ros e la polizia penitenziaria del Nic - nucleo investigativo centrale - stanno eseguendo un ordine di arresto e di sospensione di attività emesso dal Tribunale di Napoli, su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli, Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 12 persone, ritenute responsabili di associazione di tipo mafioso, riciclaggio e intestazione fittizia di beni aggravati dal fine di agevolare il gruppo Zagaria facente parte del clan dei Casalesi. Sette le persone arrestate: i fratelli Mario Francesco, Nicola e Filippo Capaldo, Alfonso Ottimo, Paolo Siciliano, Michela Di Nuzzo e Viola Ianniello. 

Sono 4 le misure interdittive ordinate dal giudice di Napoli della «sospensione dall'esercizio dell'impresa» per un anno, nei confronti di 4 titolari di aziende riconducibili all'organizzazione camorristica. Nell'operazione sono poi state eseguite anche 7 perquisizioni.

 

Il caso Qualiano

I Capaldo,  stando agli indizi raccolti dalla Dda di Napoli, forti della loro legame di sangue con Zagaria - sono i figli di Beatrice, la sorella del «capo dei capi» - erano anche in grado di risolvere dispute e contenziosi. Durante la detenzione di Filippo, gli altri fratelli, avvalendosi di presunti sodali del gruppo, come Giuseppe Diana, avevano risolto una vicenda estorsiva patita da Gaetano D. A., commerciante di auto di Qualiano. Forti sì, i Capaldo, ma anche fuori provincia. A Caserta come a Napoli, in grado di far valere la loro leadership oltreconfine.

 

L'accusa 

Al centro dell'inchiesta c'è Filippo Capaldo, nipote prediletto del capoclan Michele Zagaria. Filippo, con l'aiuto dei fratelli Nicola e Mario Francesco, ma anche di Paolo Siciliano (l'imprenditore) e Alfonso Ottimo (presunto prestanome), avrebbe diretto i profitti del clan Zagaria verso il settore della grande distribuzione degli alimenti. Un campo già sondato dalla camorra del boss di Casapesenna. La distribuzione del latte era «cosa loro». Furono i Capaldo a bloccare la circolazione dei camion, venti anni fa, alla faggianeria di Piana di Monte Verna. Lì, i nipoti di Michele Zagaria con l'azienda Euromilk si fecero notare dai carabinieri parcheggiando di traverso i camion per prelevare per primi la quantità di latte da smerciare nei negozi di Baia Domizia. Un atto di dimostrazione e potenza che costò ai Capaldo - Raffaele e Filippo - una condanna in tribunale.

Il ritorno dei nipoti del boss

Dopo venti anni, la storia si ripete, ma con prudenza: questa volta, Filippo Capaldo, utilizzando un linguaggio ermetico, a tratti incomprensibile anche dai suoi familiari, durante i colloqui nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, si compiaceva - stando alle indagini - del business messo in piedi dai familiari, dopo essere stato rassicurato dai suoi interlocutori sulla normale prosecuzione delle attività secondo le sue indicazioni. Questo è il quadro che emerge dalle indagini. Ma la famiglia Capaldo non poteva certo farcela da sola, servivano dei prestanomi. Apporto determinante, per la famiglia Zagaria, sarebbe stato - stando all'inchiesta - l'aiuto offerto da Michela Di Nuzzo di Maddaloni che con la madre (nelle conversazioni intercettate l'anziana viene chiamata «la zia») metteva a disposizione la casa per gli incontri fra Capaldo e Siciliano. La Dda ha ricostruito la rete d'affari della camorra ancora viva e vegeta nell'agro aversano dal 2016 al 2019, ma in tutto questo tempo le frizioni però non sono mancate all'interno del gruppo familiare. Lunga è la storia di camorra e di affari. I carabinieri del Ros non si sono fatti scappar nulla e hanno intercettato pure liti: ben presto, infatti, nei confronti di Michele Di Nuzzo e della madre  - stando a quanto emerge dalle indagini - la famiglia Capaldo avrebbe mostrato una certa irritazione. Filippo Capaldo, nelle intercettazioni, fra il 2018 e il 2019 si era mostrato preoccupato di una eventuale scoperta dei suoi conti in banca e aveva esortato spesso i fratelli a mantenere un basso profilo, dovendo apparire sempre come semplici lavoratori:

«Dobbiamo fare in modo che non dovete fare niente, che dovete lavorare, altrimenti tu .... tu ti devi vedere le cose», dice in un'ambientale Filippo al fratello. Fra le righe, anche la procedura del cambio di assegni per evitare il racciamento dei contanti.

Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 17:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA