Covid a Napoli, è guarito il cantante della Sonrisa: «È come rinascere»

Sabato 12 Settembre 2020 di Fiorangela d'Amora

«Ho fatto una passeggiata in Paradiso e sono tornato, oggi è come se fossi rinato». Tony D'Auria, cantante per passione, ex carabiniere nella vita è stato ricoverato 30 giorni al Cotugno nel reparto Covid. La sera del 10 agosto respirava a fatica, febbre alta e tosse fortissima. «Mia moglie mi caricò in macchina e mi portò subito a Napoli, quella scelta mi ha salvato la vita, forse se fossi arrivato il giorno dopo non ce l'avrei fatta». Il suo volto è noto in tutta Italia per la partecipazione al reality «Il Boss delle cerimonie», ai matrimoni napoletani che si celebrano alla Sonrisa di Sant'Antonio Abate, Tony incanta con la sua voce. L'ultima cerimonia a fine luglio, poi la notizia del focolaio esploso all'interno della struttura ricettiva che ha coinvolto circa 50 persone tra i comuni dell'area stabiese e i Monti Lattari.

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D'Auria, nonostante ai primi controlli fosse risultato negativo, è stato tra i primi contagiati, contemporaneamente alla famiglia Polese che gestisce la Sonrisa e che per il Covid ha perso pochi giorni fa la signora Rita, moglie 85enne del defunto don Antonio, il Boss delle cerimonie. «Tutti rispettavamo le misure di sicurezza - racconta il cantante - il contagio può essere arrivato da fuori attraverso un ospite che ha dormito in struttura o le decine di turisti che sono sempre arrivati per visitare il Castello. Le persone ci riconoscono e ci vogliono bene, distanziamento e mascherine sempre». I primi giorni nella grande comunità della Sonrisa sono stati vissuti con ansia e paura: «Eravamo tutti spaventati che il Covid potesse portarci via persone care. Io dall'ospedale dovevo fare i conti con persone che negavano l'esistenza del Coronavirus, mi scrivevano che non avevo l'infezione. La sofferenza non si cancella e scrivere sciocchezze simili è oltraggioso, non mi stavo divertendo».
 


D'Auria, 57 anni, ha passato venti giorni del suo ricovero con la maschera (CPAP) che lo aiutava a respirare, a pancia sotto e senza la possibilità di parlare con i suoi cari. «Inizialmente ero da solo, sono stati i giorni più difficili. Ricordo i rumori del macchinario che mi faceva respirare, simili ai bip che sentivo nell'auto di servizio quando indossavo la divisa. Anche il rumore era diventato mio amico in ospedale».  Il segnale costante delle macchine per respirare ha ricordato a Tony la sua vita passata nell'Arma e poi la battaglia con un tumore, la depressione e l'aiuto di don Antonio che «amava la mia voce e mi invitò a cantare nella sua struttura. La mia passione è diventata così un lavoro che faccio per il prossimo e che mi ha aiutato a rinascere ancora una volta». Ora la sfida più grande: «Mi aspetta la riabilitazione, fisioterapia per i muscoli e per i miei polmoni che durante il Covid si erano riempiti di acqua. La malattia stava attaccando i miei organi vitali. Ho avuto danni anche al cuore e credo che resterò in casa almeno 20 giorni per godermi la mia famiglia e fare gli esercizi di riabilitazione, poi appena starò meglio donerò il mio plasma per la ricerca».

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Indifferentemente e Tu sì na cosa grande le melodie che ha intonato ai medici uscendo dal reparto di terapia sub-intensiva del Cotugno. «A loro va la mia gratitudine immensa per avermi assistito e riportato alla vita. Sono credente e grazie a Dio ed ai medici ho superato tutto perché sapevo che la mia famiglia stava bene. Mia moglie e mia figlia sono state discriminate durante il mio ricovero, addirittura qualcuno non le ha fatte entrare nei negozi. Ora che tutto è finito voglio che la mia esperienza serva al prossimo perché il Covid non venga sottovalutato». 

Ultimo aggiornamento: 10:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA