Covid a Napoli, la rabbia dei medici: ​«Contagiati in corsia e anche trattati male»

Martedì 1 Dicembre 2020 di Ettore Mautone

Dopo Cosimo Russo, ortopedico già dirigente del Cardarelli, un nuovo lutto nella stessa famiglia: sua moglie Paola De Masi, anestesista, 60 anni, la metà nelle corsie dello stesso ospedale, stroncata anche lei da SarsCov-2. Erano in pensione da alcuni anni, lasciano due figli. De Masi, ricoverata in terapia intensiva, è stata assistita dai colleghi di una vita. Eppure non c’è stato nulla da fare. «Sono addolorato - avverte Giuseppe Galano, segretario regionale degli anestesisti della Campania e responsabile della centrale 118 - li conoscevo, professionisti esemplari, pronti a dare il massimo. Paola l’ho sentita la notte in cui ho consigliato il ricovero, era a casa, non respirava bene. Le ho detto che forse un ricovero sarebbe stato meglio. Un virus imprevedibile - conclude - non abbiamo ancora capito nulla del Covid».

IL CARDARELLI
Nove mesi dall’inizio dell’epidemia: un lungo travaglio, una guerra. Paure, attese, speranze, amarezze e frustrazioni. I sentimenti di chi da mesi è in prima linea. Pino Visone, pronto soccorso del Cardarelli, un ruolo nella Cgil. Ha il Covid: «Sette giorni fa ho fatto la notte - racconta - la domenica avevo febbre, lunedì il tampone. Mi sto curando da solo e vorrei già tornare. Per i colleghi e per i pazienti. Sono state settimane terribili, 40 o 50 Covid al giorno in pronto soccorso: nessun sistema può reggere. E il Cardarelli ha curato anche i non Covid. Ora va meglio. La malattia può essere arginata solo con la prevenzione, non è un’influenza. Quelli che oggi parlano mi chiedo dove fossero quando si diceva, quest’estate, che il Covid era sparito. I negazionisti, gli insofferenti della mascherina. Un medico mette nel conto di contagiarsi. Quello che fa più male? L’ostilità alimentata dai dibattiti infiniti di chi cerca colpevoli e capri espiatori da una parte e dall’altra. Vorrei spendere una parola per i giovani medici: fanno un gran lavoro e non si sono tirati indietro». 

 

L’OSPEDALE DEL MARE
Lino Pietropaolo è un ginecologo dell’Ospedale del mare, anche lui ha preso il Covid in corsia: «Ho sempre seguito tutte le precauzioni ma mi sono ammalato. Giravo con l’amuchina in tasca. Il virus è contagiosissimo. Sono diabetico e ho avuto paura. Questa malattia è un terno al lotto. A me ha preso bene con pochi sintomi, raucedine, febbricola, mal di gola. Ma una stanchezza difficile da descrivere e che mi porto ancora addosso. Faccio sindacato (delegato della Cisl nda) ero instancabile ma ora mi stanco subito. Questa malattia non è uno scherzo. Forse con un mini lockdown a ottobre sarebbe andata meglio. Servirebbe unità a tutti i livelli sociali e sindacali e invece assistiamo all’eterna polemica, al litigio, anziché alla partecipazione e noi in trincea a rischiare la vita».

IL SAN PAOLO
«Assistiamo da mesi pazienti Covid in condizioni critiche e anche i pazienti non Covid - sostiene Lucia Morelli, pronto soccorso del San Paolo - la pandemia non è colpa dei medici, non è colpa dei pazienti, non è colpa della sanità, è colpa di un virus. Molti fanno fatica a convincersene. La paura è tanta per chi ti ama e ti aspetta a casa, per i malati, che cercano i nostri occhi. Ogni giorno come tanti colleghi stringo la loro mano mentre controllo la saturazione del sangue. C’è anche riconoscenza ma in noi c’è rabbia perché non ce la facciamo più, siamo spremuti al massimo, cadiamo come pedine. È inutile cercare colpevoli. Vorrei più saggezza. La pandemia ha sovraccaricato una categoria di medici già anziani e provati. Da questa prova molti hanno capito gli errori. La fiducia nelle istituzioni mi fa andare avanti e rischiare ogni giorno la vita».

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IL 118
Antonella Barbi è un medico di pronto soccorso, lavora al 118, per una vita sulle ambulanze e da un anno o poco più in centrale operaiva. Anche lei ha preso il Covid. «Un giorno non ho più sentito i sapori e mi sentivo stanca fino alle ossa. Ho iniziato a curarmi con tutto quello che ritengo sia utile, comprese le vitamine, prima ancora di avere il responso del tampone. L’ho superata e sono qui, di nuovo in trincea. Siamo tutti stressati, non ce la facciamo più. Si ammalano tutti. Quattro o cinque colleghi ogni settimana. A molti va bene ad altri peggio e c’è chi non lo supera. È come una roulette russa». 
 

Ultimo aggiornamento: 09:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA