Coronavirus, da Napoli j'accuse dei teologi:
«Troppi soldi per armi, ora aiutare i deboli»

Mercoledì 1 Aprile 2020
«Lo scoppio dell'epidemia ha avuto un impatto devastante sul sistema sanitario, e sta già producendo conseguenze altrettanto gravi sul piano sociale»: con queste parole un gruppo di teologi, medici, vescovi, parroci, lancia un j'accuse parlando di «disfunzioni organizzative» nella gestione dell'emergenza le cui conseguenze «sono state disastrose». Sono anche «evidenti le colpevoli scelte di una politica che ha sottoposto la sanità all'aziendalizzazione».

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La «Lettera nella tempesta» nasce su iniziativa di un gruppo di gesuiti della Pontifica Università Teologica di Napoli che puntano l'indice anche contro «la spesa militare» che «ha continuato a crescere in modo esponenziale» mentre «il servizio sanitario nazionale era sottoposto a continui tagli». Ora si chiede di fermare l'emergenza sociale attingendo a quei fondi. Ma anche le Chiese «potrebbero rinunciare alla parte dell'8 per mille di cui i cittadini italiani non hanno esplicitamente dichiarato la destinazione. Si tratta di diverse decine di milioni di euro» con i quali aiutare i più vulnerabili.

I primi firmatari della «Lettera nella tempesta», partita dalla Facoltà Teologica di Napoli, sono 36 tra gesuiti, teologi e biblisti, medici, storici, politici, vescovi, religiosi di varie congregazioni. Un documento per denunciare che cosa, nell'emergenza coronavirus, non ha funzionato e che cosa invece adesso si deve fare per evitare che all'emergenza sanitaria si sovrapponga anche quella sociale. «La crisi in atto - si legge nella 'Lettera' - può diventare l'occasione straordinaria per maturare una coscienza sofferta della insostenibilità di un sistema economico che è causa di disuguaglianze profonde, sia a livello planetario che a livello locale, e che semina morte. È l'ora di ricostruire insieme, di cercare proprio in questa sofferenza il senso di umanità e di fraternità che l'economizzazione della vita quotidiana ha compresso e spesso ridotto ad utilitarismo». Sulla gestione da parte delle istituzioni arriva un acritica pesante: «Siamo in una pandemia pericolosa e al collasso sanitario per mancanza di operatori sufficienti e attrezzature medicali, nonché per ritardata organizzazione», scrivono i teologi. Ma le colpe arrivano soprattutto dal passato: «Lo smantellamento del servizio sanitario nazionale è tanto grave che deve essere messo già oggi al centro della questione politica per il futuro, poiché la garanzia di una sanità pubblica efficace e accessibile a tutti è strettamente collegata con il rispetto e la dignità della persona garantiti dalla Costituzione». Ora si chiedono «politiche sociali efficienti, in grado di fronteggiare le conseguenze della pandemia, facendosi carico dei bisogni di tutti, ma soprattutto dei più vulnerabili».

La Chiesa è chiamata a fare la sua parte per esempio mettendo «a disposizione gli immobili (o le parti di immobili) che le diocesi, le parrocchie, le congregazioni religiose non utilizzano, per l'accoglienza di persone e famiglie, italiane e straniere, che sono sulla strada o che vivono un grande disagio abitativo». «A chi aderisce al documento, ci permettiamo di proporre - conclude il documento - di destinare una parte del proprio stipendio (il 10 per cento, ad esempio) a forme di iniziative per sostenere chi è (e sarà) più danneggiato dall'emergenza del Coronavirus». Tra i firmatari padre Pino Di Luccio, gesuita, vicepreside della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale, suor Rita Giaretta di Casa Rut. l'ex senatore Raniero La Valle, l'ex vescovo di Caserta mons. Raffaele Nogaro e il vescovo di Teggiano, mons. Antonio De Luca, i sociologi Maurizio Ambrosini e Pietro Fantozzi, ma anche missionari, medici e storici, in un elenco che resta aperto alle adesioni.
Ultimo aggiornamento: 2 Aprile, 17:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA