Ex Resit senza vigilanza, rom all'assalto: dopo la bonifica mai realizzato il parco

Martedì 10 Maggio 2022 di Daniela De Crescenzo
Ex Resit senza vigilanza, rom all'assalto: dopo la bonifica mai realizzato il parco

Doveva essere un'area verde sorvegliata dal volto sorridente di Giancarlo Siani disegnato da Jorit. Doveva diventare un parco ricco di sessantamila metri quadrati di prato, ottomila arbusti e 450 alberi. Doveva essere il simbolo del riscatto di un'area, quella a nord di Napoli, devastata dai rifiuti tossici. Ma la discarica Resit oggi è soltanto un terreno di razzia per rom e delinquenti di ogni genere che, dopo aver devastato gli adiacenti uffici dell'ex Gensen, stanno facendo dell'area un serbatoio di materiali per i traffici illegali. Le invasioni si ripetono a ritmo serrato e sono già stati portati via i cavi dell'impianto elettrico e della videosorveglianza. E poi l'ultimo sberleffo: dal prossimo anno a pagare le spese del mantenimento e della manutenzione della bomba ecologica creata da Cipriano Chianese (per questo condannato in via definitiva a 18 anni di carcere) saranno tutti i cittadini della Città Metropolitana. Attraverso la Tari bisognerà provvedere anche agli stipendi degli 11 ex dipendenti del Consorzio di bacino che da ieri sono passati in forze alla Sapna. Toccherà infatti all'azienda della Città Metropolitana farsi carico della gestione di questo cosiddetto bene. 

La storia della Resit comincia negli anni Ottanta. I suoi 59mila metri quadri di superfice vengono scavati fino a renderli capaci di ospitare un milione di rifiuti urbani e tossici. Secondo le ricostruzioni del perito della Procura Giovanni Balestri nello sversatoio finisce anche parte dei velenosissimi fanghi dell'Acna di Cengio. Poi l'area viene requisita dall'allora commissariato di governo Antonio Bassolino, che continua ad utilizzarla portandovi anche le ecoballe e assorbendo i dipendenti nella struttura commissariale. Nel frattempo, lo racconta il collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo, i proprietari malavitosi avevano ingrossato le fila degli addetti assumendo parenti, amici e gregari. Una cuccagna. I lavori di capping e messa in sicurezza cominciano solo nel 2014 con l'allora commissario alle bonifiche Mario De Biase e terminano nel 2020, quando viene consegnata all'Agenzia nazionale per i beni confiscati che la gira alla Regione che la passa all'ente d'ambito 2 che a sua volta l'affida alla Sapna che alla fine della giostra dovrà provvedere alla sorveglianza e alla manutenzione. 

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Da guadagnare non c'è niente: secondo i tecnici Sapna il biogas da ricavare è insufficiente per generare energia. Bisognerà invece pagare gli stipendi degli 11 dipendenti, provvedere alla videosorveglianza (ma i cavi sono stati portati via dai rom) e all'estrazione del percolato. «Metteremo in campo tutto il nostro know out per ripristinare sicurezza ambientale», dice il direttore tecnico della Sapna, Domenico Ruggiero. Appena presi in carico i dipendenti l'azienda ne riorganizza i turni tagliando festivi e notturni. Cominciano i raid e l'area, che già appariva abbandonata, viene completamente devastata. Un disastro. Ma costoso. A pagare per il primo anno le spese sarà la Regione con i fondi lasciati in cassa dall'ex commissario. Poi dovranno mettere mano alla tasca tutti i cittadini dell'Area Metropolitana: le spese di gestione, infatti, saranno calcolate nella Tari.

Ma il danno non è solo economico. Lo sfregio a un simbolo del riscatto va calcolato soprattutto nel conto della legalità. Sostiene De Biase: «Siamo passati dalla delinquenza organizzata dei casalesi all'insipienza delle istituzioni regionali. Finora non sono mai state accese torce per il biogas, né estratto un litro di percolato, né curata l'irrigazione. Per questo mi domando: a che servono oggi i dipendenti impiegati sul sito? Il rischio è che la Resit torni a produrre un danno ambientale e sanitario». 

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