Lupara bianca a Napoli, colpo di scena in aula: «Confessiamo, ecco dov'è il corpo»

di Leandro Del Gaudio

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Hanno confessato, dicendosi pronti a risolvere un caso di lupara bianca. Hanno ammesso le proprie responsabilità, ovviamente guardandosi bene dall’accusare altri elementi della camorra, offrendosi come «ciceroni» in un viaggio tra rampe di periferia e discariche improvvisate, tra terreni incolti e rampe dell’asse mediano. Aula 217, gup 26, la svolta sembra preparata da qualche giorno, all’inizio del processo per l’omicidio di Antonio D’Andò, ucciso il 22 febbraio del 2011, al termine di un’epurazione interna alla galassia degli scissionisti di Secondigliano. Ucciso a colpi di pistola e seppellito in un luogo segreto, per dare un monito ad ogni altro tentativo di ribellione interna al gruppo degli scissionisti. 

Non venne ritenuto degno di una sepoltura, non doveva finire in un cimitero, né i suoi parenti avrebbero avuto il diritto ad un po’ di raccoglimento dinanzi ad una tomba, secondo la strategia dell’epurazione interna imposta in quel periodo dal boss emergente. Secondo l’accusa, il mandante della lupara bianca fu Mariano Riccio, parente degli Amato-Pagano, protagonista di una stagione di omicidi e stese dentro e fuori la città. Particolari pulp in larga parte confermati ieri mattina a porte chiuse, da parte degli imputati Emanuele Baiano, Giosuè Belgiorno (di 29 anni, detto il rosso), Mario Ferraiuolo, Ciro Scognamiglio, tutti ritenuti legati al gruppo di Mariano Riccio, a sua volta esponente degli Amato-Pagano, i cosiddetti «spagnoli», quelli che diedero la spallata al sistema criminale creato da Paolo Di Lauro.

Ma torniamo all’udienza di ieri mattina. Sono stati i pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra (magistrati che lavorano sotto il coordinamento del capo della Dda Giuseppe Borrelli) ad annunciare la possibilità di disporre un sopralluogo, alla ricerca del luogo in cui venne seppellito D’Andò. Difesi dagli avvocati Raffaele Chiummariello, Domenico Dello Iacono, Luigi Senese, gli imputati hanno alzato la mano, secondo un protocollo della dissociazione a impatto zero che da qualche anno si è diffuso dinanzi ai giudici di primo grado. Obiettivo evidente è di evitare l’ergastolo, dribblare il carcere a vita, riuscire a strappare una serie di attenuanti, magari con una condanna in continuità con altre pene per altri fatti associativi e chiudere il conto con la giustizia con il saldo meno negativo possibile. È in questo scenario che ieri si è registrato l’ultimo colpo di scena, con la liturgia della richiesta di perdono gettato dall’altra parte della staccionata, in attesa della decisione del giudice. Processo rinviato di qualche giorno, in attesa di un sopralluogo alla ricerca di quel che resta di un corpo crivellato di colpi, nel pieno della cosiddetta terza faida di Secondigliano.
 
Venerdì 22 Marzo 2019, 20:17 - Ultimo aggiornamento: 22-03-2019 23:01
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