Truffe online da Napoli a Genova: sgominate tre bande napoletane, falsi annunci in rete

Martedì 10 Maggio 2022 di Giuseppe Crimaldi
Truffe online da Napoli a Genova: sgominate tre bande napoletane, falsi annunci in rete

Hanno messo a segno centinaia di colpi. Per mesi, da Napoli a Milano, da Trieste a Genova, sono riusciti a raggirare ignari acquirenti di auto, ad impadronirsi di ingenti quantitativi di oli minerali e di lauti assegni che con uno stratagemma riuscivano ad incassare ancor prima di entrarne materialmente in possesso. Veri artisti della truffa online, i componenti di tre diverse bande di napoletani che facevano danni in lungo e in largo per l'Italia sono finiti ieri mattina in manette grazie a un'indagine condotta dai carabinieri di Genova, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica partenopea (pm Stefano Capuano e il procuratore aggiunto Rosa Volpe).

Cinquantanove le misure cautelari firmate dal gip di Napoli Anna Imparato): in carcere finiscono 46 persone, mentre per altre 13 scattano gli arresti domiciliari. Tra gli indagati figurano anche alcuni dipendenti postali. Un'operazione in grande stile, per la quale è stato necessario il supporto di militari dei comandi provinciali di Salerno, Varese, Venezia, Roma, Frosinone, Latina, Milano, Brescia, Lodi, Novara, Avellino e Pordenone. Settanta gli episodi contestati, sequestrati immobili, titoli di Stato e postali, distributori di benzina per un valore di quasi tre milioni di euro.

La Triade della truffa: al centro delle indagini, infatti, sono finiti tre gruppi di delinquenti specializzati nella commissione di frodi commesse su gran parte del territorio nazionale. Tutto è cominciato con una denuncia presentata a Genova, relativa alla compravendita di una macchina di grossa cilindrata. Verifiche e approfondimenti investigativi hanno poi consentito di appurare che la prima banda - con ramificazioni in Lombardia e Friuli Venezia Giulia - operava proprio nell'ambito delle compravendite on line di autovetture di pregio, utilizzando quattro batterie operative. Il secondo gruppo - che si muoveva utilizzando assegni circolari falsi ma emessi da istituti bancari realmente esistenti - era specializzato nella compravendita in rete di beni di lusso fra cui orologi di noti marchi, vetture di grossa cilindrata e persino pregiati vini e prodotti alimentari (tartufi d'Alba, caviale, ostriche francesi e aragoste). Di questa banda facevano parte, secondo l'accusa, anche tre dipendenti infedeli delle Poste Italiane che, attraverso indebiti accessi agli archivi informatici delle Poste, fornivano i nomi di persone molto anziane o emigrate da tempo all'estero titolari di buoni fruttiferi in lunga giacenza o emittenti vaglia postali d'ingente valore. I buoni e i vaglia venivano clonati e incassati dai truffatori, con l'aiuto degli impiegati, utilizzando documenti falsi.

Il terzo sodalizio, sempre con base a Napoli, strutturale, è risultata coinvolta nell'importazione dall'est Europa di olio industriale caricato su cisterne accompagnate da false bolle di trasporto. L'olio stoccato in un deposito del Salernitano veniva illecitamente miscelato con il gasolio allo scopo di allungarne la quantità per incrementare i ricavi derivanti dall'erogazione al dettaglio presso nove impianti di distribuzione ubicati nelle province di Napoli e Salerno, tutti controllati dalla stessa banda. 

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In tutti e tre i casi - e questo lascia immaginare che la strategia criminale fosse dettata da un'unica cabina di regìa, i proventi illeciti venivano progressivamente reimpiegati nella costituzione di società nei cui capitali confluivano anche i numerosi beni immobili e mobili acquistati nel tempo dal sodalizio per riciclare il denaro. Gli indagati avevano architettato trucchi e metodologie altrettanto raffinate: fingendosi acquirenti, si facevano inviare via WhatsApp dal venditore, le immagini del libretto di circolazione della vettura da vendere, che subito dopo duplicavano. Utilizzando le foto della vettura pubblicavano a loro volta un annuncio di vendita sul web e, una volta individuato l'acquirente giusto e realmente intenzionato all'acquisto, lo costringevano - dicendogli che erano molti interessati - ad inviare una foto dell'assegno circolare a loro intestato riportante la cifra d'acconto concordata. A questo punto il gioco era praticamente fatto: l'assegno veniva replicato e presentato per la riscossione. 

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