I ricordi di Lina Sastri:
«Da bambina
volevo fare la monaca»

Sabato 13 Aprile 2019 di Maria Chiara Aulisio
«M'attaccavo 'e capille, 'e gonne longhe... Non tenevo la comitiva e nemmeno l'amica del cuore, non andavo a ballare e uscivo poco. Certo, che mi sarebbe piaciuto fa 'a vita che facevano 'e cumpagne mie, ma stevo sempe ì sola». Ricorda, e si ricorda, Lina Sastri: parla di sé, di quella stanza «int' 'o vico» dove viveva con tutta la famiglia, di un padre che non c'era quasi mai, delle storie e dei litigi quando invece c'era, e del suo grande desiderio di farsi suora, meglio se di clausura.

Davvero voleva prendere i voti?
«Ho sempre avuto un rapporto molto forte con l'abito religioso. Sì, da bambina ci ho pensato più di una volta e tuttora, sotto la cenere, cova questa mia seduzione per la fede. Frequentavo la scuola delle suore di Ivrea, al corso Malta, la mia infanzia l'ho vissuta in un luogo dove si respirava fino in fondo il senso dell'assoluto di Dio - senso che alla fine ho sublimato nell'arte. E poi la libertà».

Quale libertà?
«Quella che solo la veste monacale, e una vita spirituale e di preghiera, possono darti».

Poi, però, ha cambiato idea.
«Ho conosciuto il teatro».

Quando?
«Da bambina, sempre lì, dalle suore. Si organizzavano delle recite, e io ero la prima a essere convocata. Però nun ero mai contenta: si doveva mettere in scena Cappuccetto rosso? Mi facevano fare il lupo. La favola delle ancelle? Mi toccava la Notte».

Ruoli che non le piacevano?
«Io volevo fa' 'a creatura, chella là bellella, e nun m' 'a facevano fa' mai. Però, lì, nel piccolo teatro delle suore di Ivrea, che a me pareva grandissimo, è nato il mio rapporto con il palcoscenico. Ricordo ancora l'odore del legno, le prove con le ragazze della recita - quando ci facevano saltare le lezioni, perché la parte ancora non l'avevamo imparata bene».

Brava già da piccola?
«Si capiva che recitavo diversamente dalle altre. Il palco era l'unico luogo che mi faceva sentire libera, finalmente a mio agio».

Perché, di solito non era così?
«Quasi mai, direi. Mi sembrava di essere sempre inadeguata, non uscivo, non avevo amici; l'adolescenza è come se non l'avessi mai vissuta. Facevo la vita del vicolo, una condizione popolare che amavo, mi faceva sentire protetta, e alla fine mi ha dato tutto quel che ho».

Dove abitava?
«In via degli Zingari, al Ponte di Casanova. Certe volte, mi tornano alla memoria le passeggiate con mia madre, la pizza fritta coi cicoli e la ricotta: a Forcella, dalle Figliole, con una pasta sottilissima che si gonfiava e sembrava una magia. E poi la margherita, quella enorme del Trianon, nei piatti di alluminio sui grandi tavoli di marmo, proprio di fronte al teatro dove allora si faceva la sceneggiata. Oggi si chiama Trianon Viviani, ci sono anche stata con uno spettacolo, Mi chiamo Lina Sastri».

E la scuola?
«Dovetti insistere per andarci. Mamma e papà, che avevano la licenza elementare, manco mi volevano mandare al liceo, per loro la terza media era più che sufficiente. Alla fine riuscii a iscrivermi al Garibaldi, ma anche là non mi sentivo mai giusta». 

Che intende per giusta?
«Ero chiattulella, e le altre magre; non ero come le ragazze dell'Umberto, io stavo al Garibaldi, venivo dal vicolo».

Però aveva la passione, e il talento, per il teatro.
«Lo amavo senza sapere nemmeno che cosa fosse. A casa mia si ignorava l'esistenza del teatro. Io per prima a una rappresentazione non c'ero mai stata. L'ho raccontato in Appunti di viaggio - lo spettacolo in cui recito, canto, ballo e parlo della mia vita d'artista».

Quando è cominciata?
«Avevo 17 anni, dopo la maturità dissi a casa che volevo fare l'attrice e andai via».

Come la presero i suoi genitori?
«Malissimo. Per questo scappai. Senza niente, senza un soldo. Mia madre mi disse che sarei stata infelice e sola, perché - ripeteva sempre - Sì comme 'a 'na zingara 'e lusso. E io quella fine non la dovevo fare». 

Mamma Ninetta. Le ha anche dedicato un libro.
«Un volumetto piccolo, ma per questo ancora più prezioso. Ho cercato di riassumere in poche pagine tutto l'amore e la disperazione che avevo per lei, prigioniera di una malattia senza scampo come l'Alzheimer. Benché fosse fortemente contraria alla mia scelta di fare l'attrice, ci siamo sempre capite molto bene, lei e io».

Che donna era?
«Straordinaria. Aveva il dono dell'armonia, l'eleganza innata, la leggerezza che io non ho, era riuscita a conservarla nonostante i tanti dolori. Era una donna poverissima, quasi analfabeta, eppure colta e sapiente. Camminava come se danzasse, bella dentro e fuori, aveva la grazia della luce e a casa cantava sempre, magnificamente. L'ho registrata, quando da vecchia mi assecondava, e la sua voce e la sua musica mi hanno accompagnata ovunque».

E suo padre?
«Non c'era mai. Faceva il commerciante, andava e veniva dal Brasile. Ricordo ancora le attese, da bambina, quando con mio fratello aspettavamo il suo ritorno; e poi anche la tensione che si respirava in casa quando c'era. Chi lo avrebbe mai detto che la musica, a distanza di anni, mi avrebbe portato proprio in Sud America. Papà è morto lì». 

Neanche lui voleva che facesse l'attrice?
«Per carità. Il futuro doveva essere uno solo: moglie e madre. Tutto il resto non serviva, a cominciare dalla scuola».

E lei che invece addirittura voleva calcare il palcoscenico.
«Scelsi la fuga. Un periodo, a Roma, ho vissuto in un sottoscala senza acqua calda. Ma ero felicissima, con me c'era un ragazzo, attore anche lui, il primo amore - insieme a Stanislavskij e Grotowski».Ultimo aggiornamento: 27 Aprile, 12:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA