I ricordi di Nunzia De Girolamo:
«Ero la più alta di tutte
e mi prendevano in giro»

Sabato 8 Giugno 2019 di Maria Chiara Aulisio
A sei anni, quando le cose non andavano come voleva, minacciava di scappare. A volte ci provava pure: un paio di «no» opposti a qualche sua richiesta irricevibile, pronunciati con fermezza da mamma e papà, erano più che sufficienti per convincere la piccola Nunzia a fare le valige. O meglio: lo zainetto, nel quale infilava qualche indumento preso a caso, un paio di bambole e quant'altro riteneva potesse esserle utile per la sua «trasferta di protesta». «Sono pronta, chiamate zia Lella e zia Carmela, con voi non ci voglio più stare». Peperina, baby De Girolamo - prima di tre sorelle, allegra, socievole e giocosa, e sempre pronta quando si trattava di «andare a zonzo».
 
 

Bel caratterino.
«Ero la più grande e mi facevo rispettare. Scherzo, è che le mie sorelle tolleravano meglio il rimprovero. Quando papà ci sgridava, e poi veniva in camera per fare pace, loro correvano ad abbracciarlo, io invece continuavo a sentire la musica con le cuffiette nelle orecchie».

Come definirebbe la sua infanzia?
«Serena. Ho avuto la fortuna di vivere in una famiglia modello mulino bianco, molto unita, con i nostri genitori sempre presenti, senza essere ossessivi. Quando, da adolescente, cominciavo a uscire da sola, mia madre mi controllava da lontano, senza mai farsi vedere. L'ho saputo dopo».

Quante volta l'hanno colta in flagrante, dica la verità?
«Nessuna. Sono sempre stata una ragazzina diligente e rispettosa dei sacrifici che sapevo mamma e papà facevano per noi. Erano due dipendenti pubblici e, per non farci mancare nulla, di rinunce ne hanno dovute fare tante».

Bel senso di responsabilità, il suo.
«Quando mi iscrissi all'Università, La Sapienza, le spese triplicarono. Non ho mai perso un solo giorno di lezione e mai rinviato un esame: su di me c'erano grandi aspettative, e il mio orgoglio non mi permetteva di deludere nessuno».

Mandarla a studiare a Roma è stato un bell'impegno economico per la sua famiglia.
«All'ultimo anno, per contribuire un po' alle spese, la sera lavoravo in un ristorante - si chiamava La piccola Roma, ero alla cassa. Ironia della sorte, si trovava a due passi da Montecitorio; lì ho visto passare buona parte dei politici della prima repubblica».

Così le è venuta la voglia di fare politica?
«No. Studiavo da avvocato e quello volevo fare. Il penalista, inizialmente, ma poi scelsi il civile».

Come mai?
«Ero giovanissima, lavoravo con un penalista, assistevo a un processo per violenza sessuale su una bambina da parte del nonno, che lui difendeva. Ricordo ancora la mamma di quella piccola che, invece di chiedere giustizia, cercava di discolpare il suocero. Me la trovai faccia a faccia e le dissi che si sarebbe dovuta vergognare».

E il suo avvocato?
«Ci rendemmo conto entrambi che il diritto penale non faceva per me».

Alla fine, però, ha abbandonato anche quello civile.
«Fu un caso. Dopo la laurea, e un dottorato di ricerca all'Università di Campobasso, tornai a fare pratica a Benevento: era il 2004. Un amico di famiglia decise di candidarsi alle europee e mi chiese di dargli una mano per la campagna elettorale. Ci pensai a lungo, alla fine accettai pensando che in ogni caso sarebbe stata un'esperienza».

Che si rivelò bella?
«Purtroppo no. Mi resi subito conto che la classe dirigente di Forza Italia lo stava illudendo, non puntavano affatto su di lui e i risultati confermarono ciò che pensavo».

Non fu eletto, il suo amico?
«No. È chiaro che non fu solo per la mancata elezione, e che certamente aveva anche altri problemi, ma quell'uomo si tolse la vita e io decisi che mai più mi sarei avvicinata alla politica».

Non è andata proprio così.
«Durante quella campagna elettorale, avevo fatto amicizia con tanti ragazzi, si erano creati rapporti di stima e simpatia, e alla fine riuscirono a coinvolgermi. Organizzai un bel gruppo di giovani, con i quali cominciammo a fare politica molto seriamente, fino a quando non incontrai Berlusconi che apprezzò il mio curriculum e mi volle con sé: chiusi lo studio legale e andai in parlamento».

Torniamo all'infanzia, partendo dall'asilo. Che ricordi ha di quell'epoca?
«Uno dei pochi periodi della mia vita che ricordo meno volentieri».

Per quale ragione?
«Ero dalle suore, trattavano noi bambini con grande severità. A volte avevo proprio paura di loro. Qualche problema lo ebbi anche negli anni successivi, quando, alle elementari, finii nel mirino di una gruppetto di bulli».

Cosa le facevano?
«Mi prendevano in giro per il mio aspetto fisico, ero già la più alta di tutti, mi sfottevano in maniera insopportabile, al punto che andare a scuola era diventato un incubo. Da allora sono rimasta molto sensibile all'argomento, in parlamento me ne occupai più volte».

Finito con i brutti ricordi?
«Ce ne sarebbe ancora uno».

Quale?
«Un fidanzato geloso e prepotente che ebbi a 14 anni, me ne liberai a fatica. Fu anche causa di contrasti con i miei genitori, ai quali non piaceva. In ogni caso, pure quell'esperienza mi è stata utile: le fondamenta per affrontare il futuro con tutte le sue difficoltà».

Passiamo ai ricordi belli.
«Le vacanze di luglio, con la nonna paterna e gli zii, a Monterocchetta (San Nicola Manfredi), in provincia di Benevento. Era già una festa vedere i miei zii, che vivevano in Lombardia, professori di scuola trasferiti al nord per lavoro. Quello per me era un luogo magico. Raccoglievo le more, le fragoline, mio zio mi insegnava a riconoscere i funghi buoni dai cattivi».

A luglio. E ad agosto dove si andava in vacanza?
«A Formia con papà, mamma e i suoi genitori. E mia sorella Francesca che è da sempre la mia migliore amica. Un mese di divertimento assoluto. Mi svegliavo all'alba, per andare a pesca con papà e il nonno; il mare mi ha sempre affascinata. E poi, guarda le combinazioni, i nonni erano due ballerini sfegatati e ogni sera improvvisavano un piccolo show. Ah, se mi avessero vista in tv...».Ultimo aggiornamento: 9 Giugno, 08:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA