I ricordi d'infanzia di Paolo Trapanese: «Quando la nonna beveva dodici uova»

Sabato 6 Luglio 2019 di Maria Chiara Aulisio
Sembra ieri che nonna Sesella - nella sua casa di campagna, a metà strada tra Vietri e Cava de' Tirreni - beveva dodici uova fresche una dopo l'altra, sotto lo sguardo compiaciuto di tre colone che facevano a gara a portargliele appena deposte. Sembra ieri, e invece sono passati almeno quarant'anni. Più o meno gli stessi trascorsi da quando Paolo Trapanese - il muro azzurro, vice campione mondiale di pallanuoto, avvocato civilista e presidente della Federnuoto campana -, tornando a casa dopo la scuola, si fermava in pasticceria e buttava giù tante brioches quante le uova della nonna. Un aperitivo - diceva con l'appetito e la golosità che solo un adolescente può avere - prima di sedersi a tavola e cominciare a fare sul serio. Mamma Elvira, da questo punto di vista, è sempre stata una garanzia: frittata di maccheroni e molliconi di parmigiano e mozzarella erano le sue più apprezzate dimostrazioni di affetto. Crescere cinque figli non è stato facile, ancor meno da quando, a circa cinquant'anni, è rimasta vedova.

Se l'è vista da sola, mamma Elvira.
«Papà Giuseppe se n'è andato nel 1984, avevo 22 anni. Una perdita profonda, che mamma è riuscita a compensare facendoci sentire la sua mancanza il meno possibile. Per noi è stata una grande maestra di vita; con me, poi, il rapporto era di assoluta sintonia. Conservo ancora una madonnina di Lourdes, che mi regalò quando avevo 14 anni e da allora mi accompagna nei momenti più difficili».

Lo sapeva, sua madre, che prima di pranzo mangiava dodici brioches?
«Lo sapeva, lo sapeva. In pasticceria e dal gelataio c'era sempre il conto aperto. Era uno dei tanti pensieri che aveva per noi. E poi cucinava alla grande, a tutte le ore. Quando venivo ad allenarmi a Napoli, e spesso rincasavo quasi a mezzanotte, a tavola c'era sempre un piatto caldo, e lei ad aspettarmi. Lo stesso quando io e i miei fratelli arrivavamo con bande di amici: si metteva ai fornelli e cucinava per tutti».

Quindi veniva ad allenarsi a Napoli?
«Partiamo dall'inizio».

Quando ha scelto di giocare a pallanuoto?
«È stato più un caso che altro. Abitavo a Cava de' Tirreni, mamma iscrisse me e mio fratello a un corso di tennis in un club della zona, dove c'era una bella piscina olimpionica. È lì che ho iniziato a nuotare. Me la cavavo bene, e fui notato da un tecnico che mi chiese di passare al centro sportivo di Salerno. Tra i diversi maestri, incontrai il grande Fritz Dennerlein, storico allenatore di pallanuoto, che mi portò a Napoli: titolare del settebello della Canottieri». 

La svolta.
«Per un anno non mi ha mai fatto mettere un piede in acqua».

Vuole dire che la allenava, ma non la lasciava giocare?
«In panchina, sempre. Una tortura. Un giorno andai a salutarlo, dicendogli che andavo via, era fin troppo chiaro che quella non sarebbe mai stata la mia strada, e avevo deciso che mi sarei concentrato di più sullo studio».

Dennerlein che cosa le rispose?
«Ora sei pronto, volevo capire quanto avresti resistito, per misurare la tua tenacia e la tua determinazione».

Un anno gli sembrò un tempo sufficiente per metterla finalmente in gara.
«Ricordo che mi portò in trasferta, per la partita del sabato a Bogliasco, in Liguria. La Canottieri perdeva quattro a due, la partita era ormai senza speranze. Fritz mi guardò: Trapanese - mi disse - in acqua. Tanto, deve aver pensato, non c'è più niente da fare, la sfida è persa».

Invece?
«Tirai fuori tutta la grinta che avevo dentro. Era un anno che non aspettavo altro. Giocai alla grande, e pareggiammo. Non dimenticherò mai quello che scrisse la Gazzetta dello Sport il giorno dopo: La Canottieri, con Scotti Galletta in crisi, soffre lungamente; entra Trapanese, e agguanta il pareggio. Da quel giorno, la mia vita sportiva cambiò». 

Con grande soddisfazione dei suoi genitori.
«Certo. Anche se mio padre continuava a ripetermi che quello era un gioco, le cose serie erano invece lo studio e la professione. Tant'è che mi allenavo sempre con un libro nello zaino. Gli studi in legge erano impegnativi, di sacrifici ne ho fatti parecchi, ma ho anche avuto la gran fortuna di incontrare maestri straordinari».

Quali ricorda?
«L'avvocato Massimo Botti, un padre putativo per me; il notaio Claudio Trinchillo, che fu anche vice presidente della Canottieri; Domenico Rubino, uomo dall'intelligenza straordinaria, che ci accoglieva anche il giorno della vigilia di Natale per parlarci di diritto - gli devo veramente tanto. E poi Guido Capozzi, il notaio: frequentavo la sua scuola, lui era tifoso della Canottieri, diceva che ero un campione e non dovevo pagare le lezioni».

Ma voleva fare il notaio o l'avvocato?
«Prima il notaio, poi mi resi conto che l'avvocato era il mestiere che preferivo. Gli studi notarili sono stati fondamentali anche per la mia professione. Penso ad esempio al diritto societario, che ho imparato grazie a Silvestro Landolfi, ex magistrato. Alla fine diventai pure responsabile della sua scuola, con la figlia Enrica».

Grandi maestri, insomma, negli studi come nello sport.
«Sono stato davvero fortunato. A cominciare da Fritz, allenatore e grande educatore: il tedesco, come affettuosamente lo chiamavamo, non smetteva mai di ripetere che il nostro era un gioco e che l'obiettivo non era vincere la partita o lo scudetto, ma farsi largo nella vita. Se mi volto indietro e passo in rassegna i nomi dei miei compagni, vedo - e ne sono orgoglioso - che il suo messaggio è stato raccolto da tutti. Indelebili pure gli insegnamenti del professore Enzo Gazzerra».

In una carriera costellata di successi, c'è qualche rimpianto?
«Ho vinto solo uno scudetto, e forse ne avremmo meritato qualcuno in più. Ricordo ancora quando il testimone in panchina passò da Fritz a Enzo D'Angelo - lo scugnizzo di Bacoli scomparso troppo presto, proprio come Fritz». Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 19:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA