Al Museo Madre primo appuntamento «Di fulmini, dame e altre storie» dal 10 novembre

Progetto di Let laboratorio di esplorazioni transdisciplinari del Museo Madre e la fondazione Donnaregina per le arti contemporanee

In foto Mathelda Balatresi e Veronica Bisesti
In foto Mathelda Balatresi e Veronica Bisesti
Martedì 8 Novembre 2022, 21:07
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La mostra, che sarà visitabile fino al 23.01.2023, è il risultato di un confronto/dialogo intergenerazionale tra due artiste - Mathelda Balatresi (Carcare, Savona, 1937), toscana d’origine e napoletana di adozione, e Veronica Bisesti (Napoli, 1991) - giocato sul terreno dell’archivio inteso come materia vivente, connessa plasticamente alla ricerca e alla pratica artistica. 

Comune a entrambe è l’interesse per le figure di donne del passato, cui si attribuisce potere carismatico e capacità di rappresentare istanze decisive e attuali. Attraversando generazioni, riferimenti e ispirazioni, le artiste hanno intrecciato il loro vissuto e le rispettive poetiche in un dialogo profondo, aperto a impreviste e significative esperienze. Lo sguardo di Bisesti è presto diventato la lente attraverso la quale osservare la casa/archivio di Balatresi, per individuare e decodificare temi e pratiche affini tra le due ricerche. 

Trasformando l’archivio-casa-studio-opera-memoria in un racconto evocativo, Veronica Bisesti, interprete sensibile delle tensioni etiche che innervano il percorso artistico e biografico di Balatresi, ha assorbito quest’ultima (l’artista e il suo lavoro) nel mondo immaginifico di Christine de Pizan, scrittrice protofemminista vissuta a cavallo tra trecento e quattrocento. L'opera di Mathelda Balatresi, chiamata di diritto a far parte di quel sistema virtuoso e autosufficiente che de Pizan denominò città delle Dame, è stata così tradotta in chiave letteraria.

Attraverso questo portale, che richiama un ideale universo femminista e lo ricontestualizza nella contemporaneità, la casa-archivio e il lavoro tutto di Balatresi si sono rimaterializzati sotto forma di pensieri inediti, da ricollocare nello spazio-tempo e rinominare in ragione della nuova narrazione generata dalla capacità plastica della finzione letteraria, che ha trasformato gli stessi titoli e le date delle opere, conferendo loro una doppia e ambivalente identità. Una nuova cartografia ridisegna ora l’ambiente, cadenzato da testimonianze e lavori che non appartengono più alla storia individuale di Mathelda Balatresi, poiché immersi in un contesto nuovo che li risemantizza. I monumenti equestri femminili, gli interni domestici e metafisici, i fulmini rubati a Zeus, le donne ritratte nelle più svariate pose (sedute a un tavolo, lacrimanti, in sella a un cavallo, avvolte in un rotolo…), emblema di una vicenda privata che corrisponde alla condizione delle donne nella società patriarcale, appaiono allo sguardo di Veronica Bisesti materiali d’archivio da prelevare per costruire a quattro mani una scrittura poetico-visiva potentemente suggestiva, alimentata dal dialogo tra le due artiste (intimo, fitto e talvolta necessariamente esclusivo), ma anche da nuove pratiche e ricerche. 

Sullo sfondo, l’universo femminile di Christine de Pizan, su cui da tempo lavora Bisesti, che la ritrae nel proprio studio in vico del Sacramento, la evoca nelle pietre rilucenti che costellano la città delle Dame e nell’essenziale scriptorium da cui emerge un suono  ̶  un sottile crepitio che rimanda all’attivazione del fuoco del sapere, su cui vigila il barbagianni disegnato da Balatresi, che richiama la civetta cara ad Atena  ̶ , ma anche nella conocchia/pennino, simbolo di conoscenza, come nella curativa foglia di aloe, metro di costruzione di questa città ideale. Il disagio per la cultura maschilista che relega la donna a ruoli di subalternità, la rilettura di figure del mito e della storia, l’attitudine a forme di immedesimazione volte alla riaffermazione della propria identità: tutto fa pensare all’ineluttabilità del dialogo tra le due artiste, che sembrano aver lavorato, a distanza di tempo, su simili temi, accomunate da un profondo e affine sentire. Già latente negli spazi dell’archivio, questa corrispondenza tra sensi e individualità può tornare alla luce, illuminata dall’incontro tra i percorsi di due artiste contemporanee che, con la loro estrema lucidità sovvertono i sistemi di esclusione.

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