Coronavirus, a Napoli tute e mascherine con il contagocce: medici senza scudo

Sabato 14 Marzo 2020 di Ettore Mautone

Come in ogni grande emergenza anche per Covid-19 emergono punti di forza e punti di debolezza nell’organizzazione delle cure. La mancanza di mascherine e di dispositivi individuali di protezione dal virus è la criticità più sentita dagli operatori. Per i medici e il personale sanitario è come andare alla guerra a mani nude. Ogni azienda sanitaria si arrangia come può, razionando le riserve e provvedendo con soluzioni di fortuna. La fornitura di ieri di mascherine si è ridotta a panni cattura-polvere che la protezione civile ha inviato anche in alcune realtà del Nord. Un altro nodo del sistema si colloca lungo la filiera delle rete dei medici di famiglia e dei pediatri di base impegnati nella sorveglianza delle persone in quarantena domiciliare. Sia per chi è positivo al virus sia per i cittadini che sono rientrati dalle zone rosse del Nord gli accessi domiciliari sono impossibili in assenza di strumenti di protezione. Ci sono poi le incertezze sul fronte delle attività sanitarie erogate da case di cura e strutture territoriali private specialistiche dove lo stop a tutte le attività ordinarie e la mancanza di indicazioni sul ruolo e funzione che ciascuno deve svolgere a sostegno della rete pubblica lascia in questo momento nel limbo migliaia tra medici, infermieri, tecnici e operatori. Infine le incertezze per esercizi commerciali come gli ottici che pure prevedono contatti stretti al pari dei farmacisti con l’utenza da chiarire con apposite circolari.

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Mascherine, percorsi per pazienti infetti e carenza drammatica di dispositivi di protezione nei pronto soccorso, nei reparti e anche nelle rianimazioni dei vari ospedali. La mappa dei buchi è stata minuziosamente tracciata dall’Anaao, il principale sindacato della dirigenza medica. Anche nell’azienda dei Colli, avamposto di cura dei malati, si va avanti giorno per giorno con forniture centellinate. Al Santobono i percorsi sono separati ma senza sanificazione degli ambienti condivisi (ascensori, scale, ecc). Anche al Cardarelli tute e mascherine scarseggiano e i disinfettanti sono forniti in misura non sufficiente. In compenso i percorsi seguono tracciati di separazione efficaci. Il Policlinico Federico II, grazie al lavoro del dipartimento di Sanità pubblica diretto da Maria Triassi, è tra i pochi plessi che ha strumenti di protezione sufficienti. In difficoltà tutti gli operatori dei presìdi della Asl Napoli 1 che scontano una drammatica carenza di mascherine e in alcuni casi anche di tute, visiere e calzari da indossare per il triage di casi sospetti e assistere i conclamati. Va meglio sul fronte dei percorsi pressoché ovunque ben tracciati e separati tra i casi sospetti e i pazienti ordinari. 

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Difficoltà e nodi da sciogliere anche per l’assistenza territoriale assicurata dai medici di famiglia e dai pediatri su cui ricadono i compiti di sorveglianza dei tanti pazienti che accusano febbre e sintomi o sono positivi o hanno avuto contatti a rischio. La platea si compone di circa 2200 persone in quarantena domiciliare a cui se ne aggiungono altre 2mila tra coloro che sono stati censiti della autorità rientrati dalle zone rosse del Nord. «Difficile assicurare visite e monitoraggi diretti in totale assistenza di dispositivi di protezione - avverte Pina Tommasielli che peraltro è componente della task force regionale - abbiamo proposto di realizzare degli ambulatori in ogni quartiere presidiati da medici a turno e attrezzati di mascherine e tute che possono visitare i casi sospetti o chi manifesta sintomi disciplinando gli accessi con la possibilità di far confluire nell’ambulatorio ogni sera a un orario prestabilito un team del 118 che effettui 4 o 5 tamponi necessari». Un modo per razionalizzare l’utilizzo dei servizi e i materiali di protezione che scarseggiano ovunque. Da migliorare anche la comunicazione tra i dipartimenti di prevenzione delle Asl che con ritardo danno informazioni, talvolta direttamente ai pazienti, dei riscontri dei tamponi. Pertanto i medici e i pediatri non possono certificare per tempo lo stato di malattia per giustificare l’assenza dal lavoro. 

Per oltre 24 ore la salma di una donna di 57 anni, con sospetto Covid-19, deceduta al San Giovanni Bosco (a poche ore dal ricovero in rianimazione) è rimasta nel reparto in attesa del responso. La salma è stata prelevata dagli addetti della protezione civile ma i sanitari che hanno avuto contatto con la donna a distanza di 48 ore dal decesso non sono stati informati. Qui anche le poche mascherine disponibili sono utilizzate per più turni consecutivi.

Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 14:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA