La parabola dell'incantatore
che governa aspettando Godot

Lunedì 6 Luglio 2020 di Vittorio Del Tufo
Ci sono Luca Zaia, governatore del Veneto, e Antonio Decaro, sindaco di Bari, al primo posto della classifica degli amministratori locali più popolari in Italia, mentre è cresciuta di quasi cinque punti percentuali (+4,9%) la popolarità di Vincenzo De Luca, che nel pieno dell'emergenza Covid si è distinto come uno dei governatori più intransigenti nella lotta alla pandemia. Il sondaggio «governance poll» pubblicato dal «Sole 24 Ore» inchioda invece il sindaco De Magistris al 100esimo posto in classifica, con un calo di 24 punti. È un dato impietoso che fotografa un calo di consenso al quale DeMa ha cercato di porre rimedio sforzandosi di rimettere insieme i cocci della sua sgangherata maggioranza, sempre più simile a un caravanserraglio senza più numeri, senza più un collante, senza più un progetto. Un calo di consenso che sconta non solo l'appannamento dell'azione amministrativa, ma anche la drammatica situazione finanziaria della terza città d'Italia, con un debito monstre di 2,7 miliardi di euro e uno stato di dissesto di fatto, sebbene non dichiarato. Una zavorra che affossa definitivamente la favola del Pifferaio Magico e la espone alla cruda evidenza dei fatti, i quali hanno la pessima abitudine di presentare, presto o tardi, il conto. Ma si sa: la realtà sta a De Magistris come una sprangata sta alle gengive.

Il crollo di popolarità non è un fulmine a ciel sereno. Anzi si potrebbe dire che non giunge per nulla inatteso. La narrazione politica del sindaco si è nutrita in questi anni, soprattutto negli ultimi mesi, di continui richiami a un mondo che non esiste, a una città immaginaria, o di Bengodi, di cui non v'è traccia nelle carte geografiche.

È però interessante notare come questa narrazione abbia fatto di De Magistris, per un lungo periodo e con buona pace dei detrattori a prescindere, uno straordinario tessitore di consenso. Questo non lo scopriamo oggi che il re, per così dire, è nudo. Ma lo dimostra, per esempio, il 67 per cento con il quale DeMa ha riconquistato nel 2016 la poltrona di sindaco, ancorché ottenuto sul 36 per cento dei votanti. C'è stata una (lunga) fase, insomma, nella quale il Grande Incantatore ha effettivamente incantato: un po' per propri meriti, un po' sfruttando a proprio vantaggio la debolezza degli avversari e degli altri soggetti politici, la loro afonia, la loro scarsa capacità propositiva e aggregativa. Nonché la mancanza, per dirla tutta, di personalità di alto profilo.

Al De Magistris della prima ora va riconosciuto il merito di essere riuscito a soffiare sull'orgoglio della città riuscendo a cementarne il senso di comunità e di appartenenza. E questo, piaccia o non piaccia, ha fatto dell'ex pm un incubatore e un magnete, in grado di agganciare un po' tutti, dal mondo del volontariato alle categorie professionali, dai piccoli sindacati agli emarginati, dagli orfani del Pd ai centri sociali.

Mentre tuttavia la politica tradizionale è andata ricompattandosi attorno agli schieramenti che hanno poi espresso i due (eterni) candidati alla guida della Regione, Vincenzo De Luca e Stefano Caldoro, l'azione politica di De Magistris ha cominciato a mostrare sempre più la corda fino a diventare, nell'ultimo periodo, evanescente e vacua. Peggio: una parodia di se stessa, soprattutto adesso che la città è uscita a pezzi, sul piano economico e sociale, dal lungo lockdown. L'effervescenza per così dire mediatica - con i continui richiami al solito copione del come sono rivoluzionario io - si è sciolta come neve al sole e non poteva essere diversamente, visto che la dimensione del populismo agisce quasi sempre in surroga rispetto alla progettualità, alla politica del fare. A De Magistris la progettualità è sempre stata di impiccio, anzi (glielo abbiamo fatto notare più volte) il sindaco ha preferito deviare l'azione amministrativa verso una dimensione puramente simbolica, quasi estetica. Fallendo nell'unico obiettivo per il quale valeva la pena investire risorse e progetti: la manutenzione della città, il suo decoro. Non è qui il caso di mettere in fila i disastri, le promesse di riqualificazione mancate, la debàcle di tutti i servizi pubblici, dai trasporti al welfare, la folle corsa verso il precipizio degli standard minimi che una città dalla proiezione e dalla vocazione internazionale dovrebbe garantire. Ha colpito però la reazione del sindaco di fronte a questa Caporetto, ovvero la scelta del galleggiamento autoreferenziale, il continuo rincorso al mercimonio delle poltrone, ai rimpasti di giunta dettati da pure ragioni di opportunismo politico: da un istinto di sopravvivenza - cosa farò da grande? - che con il bene della città ha ormai poco a che vedere. Insomma una sovrapposizione continua tra bene comune e interesse politico personale: il desiderio di restare in sella per il tempo necessario a costruire nuovi (e legittimi, per carità) percorsi politici, fino alla scadenza naturale della consiliatura (estate 2021) raccattando nuovi consensi in consiglio comunale per spingere la notte un po' più in là.

A che punto è la notte? si chiederebbero Fruttero & Lucentini. La notte è un buco nelle casse del Comune che farebbe venire i sudori freddi anche ad amministratori ben più tecnici del politico De Magistris. Un dissesto di fatto che fa oggi dire alla comunità delle imprese, alla società civile e allo stesso mondo politico: basta così, meglio dichiarare default e staccare la spina, non si può più continuare a tirare a campare, vivacchiare aspettando Godot, o Pantalone, trascinando la città nei bassifondi della classifica più importante, l'unica che conta davvero: quella della qualità dei servizi e del vivere quotidiano.Ultimo aggiornamento: 7 Luglio, 11:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA