Cutolo si aggrava, trasferito dal carcere
all'ospedale. La moglie: «Vogliono ucciderlo»

Martedì 4 Agosto 2020 di Leandro Del Gaudio

Ha lasciato il carcere ed è stato trasferito in ospedale. Guardato a vista, in un padiglione riservato ai detenuti, ma non più all’interno della cella nella quale è rimasto recluso negli ultimi anni al carcere duro. Da venerdì scorso, Raffaele Cutolo non è più recluso nel penitenziario bunker di Parma, ma è stato condotto in ospedale in seguito ad un aggravamento delle sue condizioni di salute. È la seconda volta che accade nel giro di pochi mesi, in relazione a una condizione di salute ritenuta incerta, precaria. Un caso che solleva reazioni da parte della famiglia, che lamenta mancanza di informazioni certe da parte del carcere e della stessa struttura ospedaliera nella quale Cutolo è stato tradotto quattro giorni fa.
 

 

Spiega al Mattino Immacolata Iacone, moglie del fondatore della Nco: «Vogliono ammazzare mio marito. Non ci danno informazioni sulle sue reali condizioni di salute, si sono limitate a dire che è finito in ospedale solo per qualche colpo di tosse, cosa poco credibile. L’ultima volta che l’ho visto, al colloquio mensile, era spento, indifferente, incapace di qualsiasi reazione emotiva. È la prima volta che accade dopo tanti anni di detenzione». Poi l’affondo, che ricalca una denuncia sostenuta anche in un convegno organizzato dall’associazione Nessuno tocchi Caino: «Vogliono uccidere Cutolo, vogliono sbarazzarsi di lui, come hanno fatto per Riina, Fabbrocino, Provenzano: vogliono farlo uscire morto dal carcere».

Ma da cosa trae spunto una denuncia tanto grave? Assistita dall’avvocato Gaetano Aufiero, Immacolata Iacone fa riferimento alla decisione del carcere di Parma di negare la visita di un geriatra di fiducia in cella. Spiega al Mattino il penalista Aufiero: «Abbiamo indicato un medico di Parma di riconosciuta esperienza professionale, per altro noto anche alla struttura carceraria in questione, ma ci è stato risposto che non veniva autorizzata la visita per “motivi di opportunità”, che francamente faccio fatica a comprendere. Rimaniamo in attesa di capire per quale motivo Cutolo è stato trasferito in ospedale, non potendo accontentarci di quanto è stato riferito a voce alla famiglia da qualcuno del reparto, a proposito di non meglio precisati colpi di tosse». 
 

 

Un caso che torna a sollevare attenzione, anche alla luce di quanto avvenuto la scorsa primavera, con l’intervento del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che negò il beneficio degli arresti domiciliari al capo e fondatore della Nuova camorra organizzata. Un provvedimento, quello dei giudici emiliani, che prese in considerazione anche il frutto delle indagini condotte su Ottaviano e altri comuni vesuviani dalla Dda di Napoli. Ricordate il caso della scorsa primavera? Stando al collegio di giudici bolognesi (presieduto dal magistrato Antonietta Fiorillo), Cutolo deve restare in carcere, dove resta ben curato, sulla scorta di un principio di fondo: «Resta un simbolo per la camorra e la sua scarcerazione potrebbe dare forza ai gruppi “eredi” della Nco». In sintesi, potrebbe essere vista come una sorta di riscatto da parte di chi vive ancora nel «mito» del professore di Ottaviano. Un ragionamento da sempre respinto da parte della difesa, che in questi mesi aveva anche chiesto la possibilità di tradurre il detenuto ai domiciliari, ma in una località lontana rispetto al comune di Ottaviano. E invece sullo spessore criminale di Cutolo, i giudici bolognesi non hanno avuto dubbi: «Si può ritenere che la presenza di Raffaele Cutolo potrebbe rafforzare i gruppi criminali che si rifanno tuttora alla Nco, gruppi rispetto ai quali Cutolo ha mantenuto pienamente il carisma». 

Condannato in via definitiva a 14 ergastoli (tra cui quelli comminati per gli omicidi del vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia e del politico Marcello Torre), Cutolo è affetto da patologie respiratorie (ma è risultato negativo al Covid), in uno scenario che sembra essersi improvvisamente aggravato. Spiega ora la moglie del padrino della Nco: «È un essere umano, abbiamo diritto a conoscere il suo quadro clinico e a chiedere tutela per le sue condizioni di salute». 
 

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