10 anni di Fondazione Polis, il bilancio di Paolo Siani

di Paolo Siani

2008. Di mattina ero in ospedale. Mi chiamano dalla Regione, è il presidente Bassolino. Mi dice che ha pensato a me per la Fondazione Pol.i.s.

Ci penso.

Ci incontriamo.

Gli chiedo che mi accompagnino in questa nuova esperienza persone di cui mi fido e che hanno condiviso con me tante battaglie (Geppino, Enrico, don Tonino).

Decidiamo insieme.

Gli chiedo che nessuno sia remunerato.

Gli piace e fa cambiare lo Statuto.

La Regione, che in questi anni non ci ha fatto mai mancare il suo sostegno, anche con le Giunte Caldoro e De Luca, nomina un suo rappresentante, il Prof. Antonio RUGGIERO. A lui va il mio più vivo e sentito ringraziamento. Mi ha insegnato molte cose e mi/ci ha aiutato nei primi mesi difficili della Fondazione. Poi ci ha lasciato troppo presto. E mi piace ricordarlo ogni giorno.

Ho sempre pensato e da subito che la Fondazione poteva essere una grande opportunità e rappresentare una svolta per far crescere nella nostra regione la cultura della legalità.

Io ricordo bene la mia solitudine nel 1986 quando cercavo in tutti i modi di non far dimenticare Giancarlo.

Abbiamo fatto in questi primi 10 anni un gran numero di manifestazioni e di attività sopratutto per le vittime innocenti.

Voglio qui ricordare la Stele della memoria e il progetto NONINVANO.

E poi i libri, i film, i dvd, gli spettacoli teatrali e per tutti “Dieci storie proprio così” di Giulia Minoli.

Ma il mio principale obiettivo era far sì che la mia città facesse memoria e non venissero dimenticati i nomi delle vittime innocenti.

La memoria è qualcosa di estremamente importante, diversa dal ricordo. Il ricordo è legato più agli affetti, mentre la memoria – fatta anche di ricordi – è soprattutto conoscenza e riflessione.

La memoria ci consente di ricordare fatti del passato per cercare di comprenderli, e trarne indicazioni valide anche per il presente.

La memoria è fondamentale per la collettività.

Un Paese senza memoria è un Paese condannato a deperire.

La memoria poi si materializza, nei monumenti, nei simboli, nelle intitolazioni delle strade, delle scuole.

Lo storico Giovanni De Luna ha scritto un libro, “La repubblica del dolore”, in cui sottolinea un difetto della nostra Repubblica, e cioè che si ricordano i caduti delle guerre con corone, celebrazioni, senza meditare a sufficienza sul significato di quelle morti. E la stessa cosa avviene per le mafie.

La riflessione sui fatti storici è fondamentale soprattutto per le nuove generazioni, che non hanno vissuto quei tempi e vogliono capire. Per questo motivo bisogna porci il problema di comunicare, sempre e comunque.

Ci siamo battuti per ricordare tutte le vittime e lo chiediamo ai direttori dei giornali, chiediamo di raccontare ancora quei fatti, anche se sembra ripetitivo.

Bisogna spiegare perché un giorno è venuto a mancare Silvia, Paolino, Federico o Piersanti.

Bisogna continuare a spiegarlo, sempre, perché ogni anno ci saranno altri giovani che non sanno ancora nulla di quella vicenda.

La memoria però ha due grandi nemici. Il primo è il tempo, il cui decorso tende a cancellarla o comunque a sfumarla; il secondo sono coloro che ritengono inutile e anche dannoso ricordare quei fatti di sangue, quasi a voler nascondere l’esistenza di certi fenomeni.

La memoria è dunque un momento centrale nella vita delle persone, di una città e di una nazione, e dobbiamo fare in modo che si diffonda sempre più, perché i testimoni, i familiari di quelle vittime non ci saranno più, per ovvie ragioni di età, ma è necessario che qualcuno continui a ricordare le vittime, i loro cari. In fondo è l’unica arma che noi abbiamo contro le mafie.

Sono stato un mese fa nella scuola media “Viale delle Acacie” al Vomero, che ha deciso di dare un nome alle aule. Ed ecco che tra i nomi scelti dai ragazzi ci sono Silvia Ruotolo, Annalisa Durante, Claudio Miccoli, Giancarlo.

Sarebbe bello se lo facessero anche altre scuole, perché così i ragazzi farebbero davvero memoria e svilupperebbero gli anticorpi da mettere in campo. È questa la via da seguire, noi ormai lo sappiamo bene.

Non possiamo negare che la politica dovrebbe fare di più, ci sono leggi che vanno modificate così come ci chiede anche l’Europa e non si può continuare a far finta di niente.

Io lascio qui la mia Presidenza certo di rivederci tra 10 anni, ora tocca a me portare avanti in Parlamento le giuste rivendicazioni dei familiari e delle associazioni.




 
Lunedì 16 Luglio 2018, 09:48
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