Mafia, 23 arrestati: tra loro il mandante dell’omicidio Livatino e l’avvocata del boss. L’ombra di Messina Denaro

Martedì 2 Febbraio 2021
Mafia, 23 arrestati: tra loro il mandante dell omicidio Livatino e l avvocata del boss. L ombra di Messina Denaro

Mafia, blitz contro i clan siciliani: 23 fermi. Tra gli arrestati il mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino e l’avvocata del boss. E spunta l’ombra di Matteo Messina DenaroCapimafia e boss della Stidda sono coinvolti nell'inchiesta della Dda di Palermo che oggi ha portato a 23 fermi. L'indagine colpisce le famiglie mafiose agrigentine e trapanesi ed è coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Paolo Guido e dai pm Gery Ferrara, Claudio Camilleri e Gianluca De Leo.

 

 

L'inchiesta

 

L'inchiesta riguarda anche un ispettore e un assistente capo della Polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d'ufficio, e un avvocato. Gli indagati rispondono a vario titolo di mafia, estorsione, favoreggiamento aggravato.

 

Summit di mafia nello studio dell'avvocato Angela Porcello

 

È nello studio di un avvocato, Angela Porcello, che si tenevano i summit fra i capimafia di diverse province siciliane. È uno dei particolari che emerge dall'operazione di questa mattina dei Ros, coordinata dalla Dda di Palermo, che ha portato a 23 fermi di esponenti delle famiglie mafiose agrigentine e trapanesi. L'avvocato, compagna del boss Giancarlo Buggea e legale di numerosi affiliati del mandamento, aveva assunto «un ruolo di rilievo» all'interno dell'organizzazione e «sfruttando le garanzie del mandato difensivo ha messo a disposizione il proprio studio per l'esecuzione di summit mafiosi, ritenendolo luogo non soggetto ad investigazioni». In quello studio si sono incontrati elementi di primo piano come Luigi Boncori, capo della famiglia mafiosa di Ravanusa, Giuseppe Sicilia, capo della famiglia di Favara, Giovanni Lauria, capo della famiglia mafiosa di Licata, Simone Castello, uomo d'onore di Villabate e già fedelissimo di Bernardo Provenzano, e Antonino Chiazza, esponente di vertice della rinata Stidda.

 

Messina Denaro decide ancora i vertici di Cosa nostra

 

Matteo Messina Denaro, capomafia trapanese latitante da 28 anni, è ancora riconosciuto come l'unico boss cui spettano le decisioni su investiture o destituzioni dei vertici di Cosa nostra. Emerge dall'inchiesta dei carabinieri del Ros che oggi ha portato al fermo di presunti mafiosi trapanesi e agrigentini. Anche Messina Denaro è destinatario del provvedimento di fermo, che è stato emesso per 23 persone, ma eseguito solo nei confronti di 22, visto che il padrino trapanese resta latitante. Il ruolo del boss di Castelvetrano viene fuori nella vicenda relativa al tentativo di alcuni uomini d'onore di esautorare un boss dalla guida del mandamento di Canicattì. Dall'indagine emerge che per di realizzare il loro progetto i mafiosi avevano bisogno del beneplacito di Messina Denaro che continua, dunque, a decidere le sorti e gli equilibri di potere di Cosa nostra pur essendo da anni imprendibile.

 

Boss ergastolano godeva della semilibertà

 

Nel mandamento mafioso di Canicattì la Stidda torna a riorganizzarsi e ricompattarsi attorno alle figure di due ergastolani riusciti a ottenere la semilibertà. In particolare uno dei capimafia, indicato come il mandante dell'omicidio del giudice Rosario Livatino, avrebbe sfruttato i premi che in alcuni casi spettano anche ai condannati al carcere a vita, per tornare ad operare sul territorio e rivitalizzare la Stidda che sembrava ormai sconfitta. È quanto emerso dall'inchiesta del Ros.

 

Bos al 41 bis si scambiavano messaggi

 

Diversi capimafia, come il boss ergastolano agrigentino Giuseppe Falsone, sarebbero riusciti a parlare tra loro, a scambiarsi messaggi - nonostante fossero detenuti al carcere duro - e a far arrivare ordini all'esterno. In alcuni casi, secondo le indagini, grazie alla complicità di alcuni agenti di polizia penitenziaria addetti ai controlli dei carcerati al 41 bis, a volte riuscendo, per falle del sistema, a eludere la sorveglianza e a passare informazioni a gesti senza essere intercettati.

In particolare, dall'indagine è emerso che un agente in servizio nel carcere di Agrigento, durante un colloquio telefonico tra il boss ergastolano Giuseppe Falsone, ex capo della mafia agrigentina, e un'avvocata, fermata oggi con l'accusa di mafia, avrebbe consentito alla legale di portare in carcere lo smartphone e di usarlo rispondendo alle telefonate ricevute nel corso dell'incontro con Falsone. Il boss, inoltre, sarebbe riuscito a inviare messaggi all' esterno, perché in alcuni istituti di pena non viene controllata la corrispondenza tra i detenuti al 41 bis e i propri difensori. Sfruttando questo limite nella vigilanza Falsone, attraverso il suo avvocato, sarebbe riuscito a fare uscire dal carcere i messaggi che, in prima battuta, essendo destinati a terzi, erano stati censurati dal magistrato di sorveglianza.

L'indagine ha accertato inoltre che boss di Agrigento, Trapani e Gela, tutti detenuti nel carcere di Novara, sfruttando inefficienze nei controlli dialogavano tra loro riuscendo anche a saldare alleanze tra cosche di territori diversi. Durante l'inchiesta, è stata anche intercettata una telefonata di un agente di polziia penitenziaria in servizio ad Agrigento all'avvocata indagata: i due avrebbero parlato di un assistito della legale, detenuto in cella per mafia. L'agente avrebbe informato la donna che il suo cliente l'indomani sarebbe stato spostato in aereo in un altro carcere.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 11:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA