Paolo Calligaris, condannato a 16 anni per il delitto della moglie: lo assolvono in appello

Domenica 26 Settembre 2021 di Valentina Errante
Paolo Calligaris, condannato a 16 anni per il delitto della moglie: lo assolvono in appello

Assolto per non aver commesso il fatto. Per la Corte d'Appello di Trieste non è stato Paolo Calligaris ad uccidere Tatiana Tulissi. I giudici hanno ribaltato il verdetto di primo grado che condannava l'imprenditore e compagno della vittima a 16 anni di reclusione. Le prove non hanno retto. E così il caso si riapre. Tatiana, 37 anni, quell'11 novembre del 2008, era uscita dal lavoro intorno alle 17.20 ed era tornata a casa. Come tutti i pomeriggi, era sola, nella villa di Manzano (Udine) in cui viveva con Calligaris. Era uscita in giardino e scesa in garage per prendere la legna. Ed è lì che l'assassino l'aveva sorpresa. C'era stata una colluttazione. Poi, chi l'ha uccisa aveva sparato cinque colpi, con un revolver Astra calibro 38 special mai trovato. Due proiettili l'avevano raggiunta alla schiena, mentre tentava di fuggire, il terzo in testa. 

Alle 18.32 è Calligaris a dare l'allarme. Chiama il 118, ma Tatiana è già morta. Nel registro degli indagati vengono iscritti i nomi di Calligaris e di Giacomo, all'epoca minorenne, figlio di primo letto dell'imprenditore, che quel giorno era passato dalla villa con il suo Quad, per fare una riparazione. Ma non ci sono prove che quella sera l'indagato fosse nella villa armato. Ed i pm chiedono l'archiviazione. Le indagini proseguono a carico di ignoti, fino al 2016, quando la procura iscrive di nuovo il nome di Calligaris. Secondo i consulenti del pm il cadavere è stato spostato. E per l'accusa può essere stato soltanto il compagno della vittima. Sono due le telefonate al 118: la prima alle 18.32 e 57 secondi, la seconda alle 18.42 e 27 secondi. L'ambulanza arriva tra le 18.50 e le 18.52. Un lasso di tempo che sarebbe stato sufficiente all'imprenditore per spostare il cadavere e nascondere la pistola. Non solo, sulla base della testimonianza di una vicina, che ha sentito gli spari, l'orario della morte viene spostato più avanti. Alle 18.30. E Calligaris è partito dall'azienda dove lavora tra le 17.45 e le 17.50. Nel novembre 2018, a dieci anni dal delitto, la procura chiede per il manager il rinvio a giudizio. Calligaris sceglie il rito abbreviato. Nelle motivazioni, il gup di Udine ricostruisce il movente, sostenendo che la coppia fosse in crisi. Anche per il desiderio di maternità della donna.

Un processo fortemente indiziario: la difesa di Calligaris aveva, sin dal primo momento, contestato le conclusioni della procura: la mancanza di una prova regina, l'arma mai ritrovata e l'orario della morte spostato in avanti, sulla base della testimonianza di una vicina. Ma, secondo le indagini difensive, la donna non aveva sentito gli spari, alle 18.30, ma lo scoppio della marmitta del Buggy del figlio dello stesso Calligaris. In aula, è stato ascoltato l'audio dei rumori che potrebbero essere stati confusi dalla donna con l'esplosione dei proiettili. Secondo la ricostruzione della difesa, quando Calligaris torna a casa, quella sera, Tatiana è riversa a terra. Prova a rianimarla, poi chiama il 118 e, quando poco dopo arriva il figlio l'imprenditore lo manda in fondo al parco, per indicare la strada all'ambulanza. Che tarda ad arrivare. I legali hanno ricordato come i sanitari del mezzo di soccorso, ad un primo esame del corpo, abbiano fatto risalire le ferite a circa tre quarti d'ora prima, un momento in cui l'imputato non era ancora a casa. 

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«È una sentenza coraggiosa. Nel clima che si era formato su questo processo non era facile prendere una posizione di questo tipo», commenta ora l'avvocato Rino Battocletti che, insieme ai colleghi Alessandro Gamberini e Cristina Salon, compone il collegio difensivo. «Questo processo è stato viziato da un circuito perverso con i mass media. È orrendo anticipare i processi alla televisione. Lo abbiamo detto e scritto nei nostri atti difensivi». E il legale conclude: «Abbiamo sempre sostenuto che questo processo non avrebbe mai dovuto iniziare e l'azione penale non avrebbe dovuto essere esercitata. La sentenza di primo grado ci aveva lasciato sgomenti per come si fondasse su numerosi travisamenti dei fatti».

Ultimo aggiornamento: 12:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA