Trump ha il Covid. E se Donald si aggravasse? L'ipotesi: nuovo candidato

Sabato 3 Ottobre 2020 di Flavio Pompetti

Donald Trump e la moglie Melania sono entrati in regime di quarantena la notte di giovedì. A norma di protocollo dovranno restare isolati all'interno della Casa Bianca per almeno dieci giorni, e il presidente potrebbe tornare alla piena attività pubblica solo dopo due test dal risultato negativo nello spazio di ventiquattro ore. Decine di comizi dovrebbero essere annullati, e il secondo dibattito televisivo con Joe Biden, che è in calendario per il quindici del mese è ora a rischio. Questa è comunque l'ipotesi di minor impatto, quella che tutti augurano al leader statunitense. Il capo di gabinetto Mark Meadows ha detto ieri che Trump continuerà ad esercitare le sue funzioni istituzionali durante l'isolamento, e che non detterà la lettera di consegna con la quale un presidente autorizza il passaggio di potere temporaneo nelle mani del suo vice.

LEGGI ANCHE Covid, Trump ricoverato in ospedale: ha la febbre 

Le cose si complicherebbero invece nel caso del tutto ipotetico di un aggravamento delle condizioni di salute di Trump, al punto che il presidente fosse incapacitato a governare. La successione lo sappiamo, spetterebbe al suo vice Mike Pence il quale ieri è risultato negativo al test per il coronavirus, e in via sussidiaria alla leader della camera dei rappresentanti, che al momento è un'avversaria politica: la democratica Nancy Pelosi. La procedura è stata disegnata nel 1967, due anni dopo l'imbarazzante attesa che aveva accompagnato l'assassinio di John Kennedy, quando per alcune ore non si sapeva se anche il suo vice Johnson era rimasto vittima dell'attentato. Negli anni successivi la sua applicazione è stata invocata più volte per supposta incapacità fisica o mentale dei presidenti in carica, ma è stata attivata solo tre volte, per breve tempo. Ronald Reagan firmò la dichiarazione a favore di Bush senior nel 1985 prima di un intervento chirurgico per la rimozione di un tumore al colon. Il figlio di quest'ultimo: George W. Bush lasciò lo scettro nelle mani di Dick Cheney per due volte nel 2002 e nel 2007 alla vigilia di altrettante colonoscopie. Ma cosa accadrebbe questa volta al processo elettorale se Trump non potesse più essere il candidato repubblicano? L'unico organo in grado di sospendere e rinviare la data delle elezioni è la Camera, la cui maggioranza democratica non ha nessun interesse a votare un rinvio, e quindi è facile immaginare che il voto resterà fissato al tre di novembre. I repubblicani in questo caso disperato dovranno scegliere un nuovo candidato, e la disciplina è regolata dallo statuto della direzione del partito all'articolo nove. Le scelte sono due: convocare una nuova convention o chiedere che i 168 membri del Comitato nazionale ne scelgano uno con un voto. La prima strada non è percorribile dati i tempi ristretti, mentre il voto può essere istruito con soli cinque giorni di anticipo.
 

 

L'ipotesi è chiara sulla carta, ma nella realtà non è mai stata testata. I democratici nella campagna elettorale del 1972 si trovarono di fronte all'improvvisa defezione del candidato alla vice presidenza Thomas Eagleton, la cui condizione di precarietà mentale era stata denunciata dalla stampa. Il partito risolse l'emergenza con molto imbarazzo e con un intervento di autorità che consegnò la candidatura all'ex ambasciatore Sargent Shiver, del clan dei Kennedy. Se questa volta i repubblicani dovessero scegliere di seguire lo statuto e sottoporre la verosimile promozione di Mike Pence al voto, rischierebbero di aprire le porte di un vespaio. La selezione che è stata sigillata dalla convention di agosto tornerebbe nelle mani dei delegati dei singoli stati, senza il supporto centripeto che Trump ha esercitato negli ultimi cinque anni sul partito, con la possibilità che vecchie faide e nuova fronda si incrocino in un processo autodistruttivo. 
 
Video

Ultimo aggiornamento: 09:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA