Anac, il lungo addio di Cantone: «Sono stufo di questo clima»

Mercoledì 24 Luglio 2019 di Leandro Del Gaudio

Era nell'aria e non poteva andare diversamente. Al netto dell'esigenza umana e professionale di tornare ad indossare la toga, di calarsi di nuovo nella dialettica di un processo, traspare il disincanto di Raffaele Cantone nel chiudere l'esperienza di presidente dell'Autorità anticorruzione. Scelta sofferta, amara, come scrive in una lettera aperta, un addio che anticipa di nove mesi la scadenza naturale del suo mandato. Poche righe sul sito dell'Anac, che raccontano il rapporto sempre più gelido nei confronti dell'esecutivo giallo-verde, ma anche l'amarezza personale rispetto al clima che si respira nel Paese, a distanza di cinque anni dal suo insediamento.
 
«Sento che un ciclo si è definitivamente concluso - ha scritto -, anche per il manifestarsi di un diverso approccio culturale nei confronti dell'Anac e del suo ruolo». Segnali di gelo che sono apparsi sempre più evidenti, sin dalle primissime fasi dell'insediamento dell'esecutivo a trazione leghista e grillina, al di là di frasi di convenienza, di strette di mano in occasioni ufficiali, di sorrisi diplomatici da parte di una certa politica. Si astiene da qualsiasi dichiarazione, non accetta interviste, Raffaele Cantone ha evitato strali contro questo o quell'esponente di partito, di fronte a una serie di passaggi che hanno reso complicato il dialogo tra Anac e il governo.

Un piccolo passo indietro nel tempo: un anno fa, quando si insediò Conte. Un discorso su più livelli, dove spiccò quel riferimento all'apporto dell'Anac giudicato dal nuovo premier non del tutto soddisfacente. Seguirono mezze smentite all'insegna della collaborazione, ma l'antifona dei mesi successivi non è stata poi tanto diversa. Ed è apparso evidente in sede di elaborazione del codice degli appalti, con la volontà politica di ampliare l'area degli affidamenti diretti, in aperta contrapposizione rispetto ai pareri dell'Autorità di Cantone che ha sempre invece sostenuto la necessità di gare e di evidenza pubblica. Insomma, è emerso in modo trasparente un approccio contrapposto. Una stagione finiva, un certo fastidio per l'onnipresenza del sigillo Anac ( e per i troppi poteri) traspariva dalle stanze del governo.

Da un lato la spinta alla deregulation del governo, dall'altro l'organo di vigilanza presieduto dal magistrato napoletano, all'insegna di un dialogo che si è reso via via sempre più sterile. E non è solo una questione di prerogative, non è solo una questione di competenze e di dialettica tra ruoli diversi. Chi ha lavorato in questi mesi nella cabina di regìa dell'autorità anticorruzione ha assistito a una serie di passaggi a vuoto, finalizzati a disinnescare l'azione critica e propositiva dello stesso organo di vigilanza.

Qualche esempio? Restiamo al codice degli appalti, alla riforma dello strumento che puntava a sbloccare un pezzo decisivo di economia italiana, quello dei lavori pubblici. Cantone venne interpellato all'indomani della definizione del codice, la sua audizione alla Camera avvenne insomma quando ormai i giochi erano fatti. Domande rimaste inevase anche rispetto ad altre tappe i. Quattordici agosto del 2018, crollo del ponte Morandi a Genova, choc nazionale, necessità di ripartire dopo la tragedia. La distanza siderale tra i due mondi traspare subito, quando nemmeno i Cinquestelle - in teoria più inclini a servirsi di strumenti come l'Anac- non viene avviato alcun contatto preliminare con Cantone che, quando poi verrà ascoltato, ricorderà a tutti la mancanza di controlli in materia di antimafia (un approccio per altro confermato dall'intervento dei pm di Genova che hanno colpito un'azienda in odore di camorra, ndr).

Insomma, Cantone torna al Massimario della Cassazione, in vista delle prossime decisioni del Csm, che dovrà valutare la sua posizione per la guida delle Procure di Perugia, Frosinone e Torre Annunziata.

E nella parte conclusiva del testo, il magistrato ricorda il disincanto degli ultimi mesi: «Assistere a quanto sta accadendo senza poter partecipare concretamente al dibattito interno mi appare un'insopportabile limitazione, simile a quella di un giocatore costretto ad assistere dagli spalti a un incontro decisivo: la mia indole mi impedisce di restare uno spettatore passivo, ancorché partecipe». E infine: «Lascio la presidenza dell'Anac con la consapevolezza che dal 2014 il nostro Paese ha compiuto grandi passi avanti nel campo della prevenzione della corruzione, tanto da essere divenuta un modello di riferimento all'estero». L'avventura finisce qui.

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