Asse con M5S, no di Zingaretti ma nel Pd c'è chi ci lavora

Giovedì 18 Luglio 2019 di Nino Bertoloni Meli

Comincia tutto in salita questo presunto o sussurrato o sperato dialogo tra Pd e M5S. «Non puoi presiedere, sei incinta», avrebbe detto il deputato Andrea Romano a Francesca Businarolo, presidente pentastellata della commissione Giustizia. Apriti cielo. M5S subito col dito puntato, si scomoda Di Maio per dire «vergogna, il Pd è il peggio», insomma, i cinquestelle vogliono far vedere le stelle al deputato dem. «Ho quattro figli e una certa cultura nonché esperienza politica, figurarsi se posso aver detto cose simili», rintuzza tranquillo Romano.
 
«È una fake news», fanno sapere dal Pd, non a caso, sottolineano, è stato un deputato pentastellato a diffondere la cosa, senza riscontri o altre testimonianze.

Fatto sta che l'incidente, chiamiamolo così, ha riportato in alto mare, se mai fosse arrivato vicino alla riva, il presunto dialogo tra Pd e M5S, complice il cattivo Salvini che, per allentare un po' la morsa, avrebbe buttato lì un avvertimento del tipo «chi vuole affossare questo governo, sta lavorando per un accordo Pd-M5S», un nuovo esecutivo sempre presieduto da Conte, un Conte bis ma senza la Lega. I numeri in Parlamento ci sarebbero pure: 345 alla Camera, compresa la sinistra di Leu, una trentina in più del necessario, e 163 al Senato, più eventuali responsabili sparsi qua e là, terrorizzati dal ritorno alle urne.

L'ipotesi non è nuova. Emerse a inizio legislatura, quando un Pd sconfitto sonoramente dalle urne venne sollecitato, se non spinto, almeno a sedersi al tavolo con il M5S, tentativo che l'allora leader Matteo Renzi stroncò sul nascere, prendendosene il merito. I passi successivi gli hanno dato ragione, se è vero che anche l'attuale leader, Nicola Zingaretti, non vuole neanche sentir parlare di intese, e men che meno di governo con il M5S. «Questa ipotesi non esiste, sono pure fantasie. Se si dovesse arrivare alla crisi, l'unica soluzione per noi erano, rimangono e saranno le elezioni anticipate», il niet e il contro niet del segretario dem, pronunciato subito dopo l'incontro con Roberto Fico, presidente della Camera. Nel pomeriggio arriva poi il niet al quadrato di Renzi: «Il solo parlarne più che un colpo di genio è un colpo di sole».

Eppure, gratta gratta, qualcosa nel Pd c'è, si muove, fa capolino. Verso i cinquestelle le attenzioni sono numerose, interessate, costanti. Tutti indicano Dario Franceschini come il massimo ispiratore dell'operazione giallo-rossa. E quanto è avvenuto a Strasburgo in questi giorni ne è la riprova: David Sassoli, franceschiniano d'acciaio, è stato eletto presidente anche dal M5S, come suo vice è stato scelto un cinquestelle al posto di un leghista, quindi lo stesso Sassoli ha convinto i cinquestelle a dire sì a Ursula von der Leyen. Ci sono poi alcuni renziani moderati che teorizzano da un po' il dialogo con il M5S, «è un modo per fare politica di movimento, e per acuire le contraddizioni tra Di Maio e Salvini», spiega Giacomelli, la testa d'ariete del dialogo. Ma ci sono pure illustri precedenti.

In principio fu Veltroni, subito dopo le elezioni, a teorizzare che siccome tanti voti dem erano andati al M5S, era d'uopo per il Pd intavolare un qualcosa con chi era diventato il primo partito italiano, ma via via il primo leader del Pd ha abbandonato l'aperturismo segnalando piuttosto la pericolosità di movimenti come il M5S («oggi c'è chi arriva a teorizzare che la democrazia è qualcosa di cui poter fare a meno, da superare», disse Veltroni preoccupato a una presentazione del libro di Scurati su Mussolini). A seguire, D'Alema argomentò di «trovare difficile definire di destra un movimento che si occupa della povertà e el precariato». C'è poi Cuperlo che a ogni iniziativa cui partecipa non manca di perorare la possibilità, anzi la necessità di aprirsi ai cinquestelle, di recepirne le istanze.

Chi nel Pd vede con preoccupazione queste aperture, fa notare che è un album di famiglia che si sta di nuovo sfogliando. «Si tratta di quella sinistra fatta di anti berlusconismo militante, di giustizialismo, di declamazione della questione sociale, di assistenzialismo e statalismo, una sinistra d'antan sempre più minoritaria e incapace di essere espansiva», spiegano i libdem del Pd. E Arturo Parisi saggiamente avverte: «Gli elettori grillini sono scesi in campo contro il Pd, e tanto più a noi contrari quanto a noi più vicini, abbandoniamo questa illusione dei voti nostri usciti dal recinto in attesa di tornarci, nulla sarà più come prima».

Ultimo aggiornamento: 12:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA