Governo, volano insulti e la Lega chiama Salvini: «Basta, stacca la spina»

Giovedì 25 Aprile 2019 di Marco Conti

Sulle piazze, davanti a microfoni e taccuini, se ne dicono di tutti i colori, salvo poi aggiungere - mostrando di crederci sempre meno - che il «governo non rischia». Dopo la notturna a palazzo Chigi, dove si è accarezzata la crisi di governo, Di Maio e Salvini ieri hanno ripreso la sceneggiata. Un copione ormai rodato, fatto di richiesta di dimissioni di Siri da sottosegretario, e di accuse alla Raggi e alla sua fallimentare amministrazione della Capitale.
 
Tutto pubblico, tutto forzato e spinto al limite, anche se il passo decisivo, e che in altre condizioni sarebbe ritenuto normale - ovvero l'apertura della crisi - non si azzarda a compierlo Salvini e tantomeno ci pensa Di Maio. Ma pubblici sono anche i ministeri, intesi come pm, e i conti, intesi come conti pubblici. Due fattori che in parte hanno già mutato la narrazione e spinto il teatrino da campagna elettorale verso vette che sarà complicato ridiscendere dopo il 26 maggio.

L'inchiesta sul sottosegretario Siri è l'arma che Di Maio sta usando per cercare di risalire la china dei consensi. Fallita l'estemporanea strategia mediatica affidata per qualche settimana ad Alessandro Di Battista, i grillini pensano di aver trovato, con l'inchiesta su Siri e il tema della legalità, l'argomento per ridurre la distanza dall'alleato che viene registrata dai sondaggi. Quanto possa pagare il saldo tra la rissa e il volere a tutti i costi Siri «in panchina», è però tutto da vedere. Anche perché da ieri il pressing di Di Maio su Salvini si è riversato sul presidente del Consiglio. Il leader grillino chiede a Conte di dimettere Siri pur sapendo che il presidente del Consiglio non ha i poteri per farlo. Ammesso che lo voglia poi fare. Oltre la moral suasion, Conte non può andare, ma la pressione grillina è forte e rischia di danneggiare Conte e di conseguenza anche il M5S.

Salvini blinda Siri nel timore che l'inchiesta a suo carico sia solo il primo tassello di una strategia politico-giudiziaria che vedrebbe il M5S non solo megafono ma anche fonte dei pubblici ministeri. La difesa del sottosegretario ha però un costo per il ministro dell'Interno: essere chiamato a rispondere di Siri per tutta la campagna elettorale, ed essere costretto a rivendicare una linea garantista che riavvicina la Lega al centrodestra mettendo ancor più in evidenza «l'assurdità» dell'intesa con il M5S sostenuta ormai da una nutrita pattuglia di leghisti. Da Giorgetti a Fontana, da Zaia a Centinaio. Persa l'occasione di far saltare il governo sulla Tav, era però complicato per Salvini - e i suoi 49 milioni di euro - rompere l'alleanza sulla giustizia senza compromettere parte dei consensi accumulati.

E così il leader della Lega, tra una bordata-tv e un comizio, trascina l'alleanza giallo-verde, immaginando riduzioni del prezzo della benzina e flat-tax. Mentre tutta l'ala governista del M5S è intrappolata nella regola del doppio mandato e punta a tirare a campare, piuttosto che a tirare le cuoia, il problema - soprattutto - per il Nord e per il leader della Lega si chiama conti pubblici. Malgrado la maggioranza gialloverde abbia di fatto silenziato il ministro dell'Economia Giovanni Tria, i numeri hanno alla fine una forza propria e sono il vero convitato di pietra per coloro che immaginano, o sperano, in una crisi di governo dopo le elezioni europee.

Per domani è atteso il giudizio dell'agenzia di rating Standard and poor's, ma nel frattempo lo spread è da giorni sopra i 260 punti. Esattamente il doppio di undici mesi fa. Il decreto crescita, licenziato l'altra notte insieme al dimezzato salva-Roma, convince poco le associazioni imprenditoriali anche perchè poche erano le risorse disponibili, dopo la valanga di miliardi destinata a Reddito e Quota100. Mentre anche il secondo semestre dell'anno promette una crescita da zero virgola, il rinvio a fine anno dei rimborsi ai cosiddetti truffati dalle banche, è un'ulteriore spia delle difficoltà. Senza contare che, malgrado le rassicurazioni, è ancora da scongiurare l'aumento dell'Iva che nel Def si considera più o meno inevitabile.

La tesi secondo la quale dopo il 26 maggio l'Italia possa trovare a Bruxelles partner più accomodanti, si scontra con il giudizio degli investitori che continuano a pretendere dall'Italia tassi di interesse inferiori solo a quelli praticati dalla Grecia. Se è vero, come sostiene più di un alto esponente della Lega, che «tutti questi nodi verranno al pettine subito dopo le elezioni Europee», è difficile immaginare una crisi di governo che porti ad elezioni in autunno. Con Salvini che sembra preferire affrontare l'eventuale correzione dei conti con il M5S, piuttosto che con il vecchio centrodestra.

Dopo il decreto crescita varato l'altra sera dopo un mese di gestazione, è difficile che il governo, e soprattutto questa maggioranza, riesca a produrre altro. I giallo-verdi sono infatti ormai costantemente impegnati nella campagna elettorale delegando al premier non solo la gestione degli affari correnti, ma anche un pezzo di campagna elettorale. Una situazione di stallo che difficilmente il voto del 26 maggio riuscirà a mutare e che la difficile situazione economica del Paese rischia di bloccare rendendo il voto anticipato ancora più pericoloso.

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