Elezioni, l'Italia al voto con il Covid: cosa si giocano partiti e governo

Domenica 20 Settembre 2020 di Mauro Calise

Prima che il gallo elettorale canti, facciamo un po' di conti in tasca ai partiti, e alle coalizioni, in campo. Così sarà più facile tirare le somme appena avremo a disposizione i risultati. La politica non è una scienza esatta. E tutti, nel costume italico, proveranno a interpretare i numeri a loro comodo e convenienza. Stavolta, avvantaggiati dal fatto che le sfide sono diverse, e almeno a rigor di logica difficilmente assimilabili. Fino a pochi anni fa, nelle elezioni regionali si poteva metterla come in un set tennistico. Centrosinistra contro centrodestra. Lunedì, non sarà così semplice. C'è un terzo polo, a fare il guastafeste. Correndo a perdere. O a far perdere. A Roma Di Maio fa di tutto per tenere in piedi l'esecutivo da cui dipende la sopravvivenza del movimento, e la sua. Ma sui territori i consiglieri uscenti e aspiranti tali non hanno voluto mollare la bandierina della corsa protestataria e solitaria. Queste due anime, sempre più distanti, possono ricompattarsi soltanto nell'antico rito referendario. Riesumato per l'occorrenza e l'emergenza. E che farà da cerotto delle ferite nel movimento, e nella coalizione. O da detonatore della loro esplosione.

Aspettatevi, dunque, la solita girandola di interpretazioni. Almeno nelle prime ore. Perché poi, inesorabilmente, la verità delle vittorie o sconfitte verrà a galla. E ci apparirà più o meno così.
 


Chi rischia di più, in queste elezioni, è Salvini. Ancora i maggiorenti nordisti non gli hanno perdonato il clamoroso autogol del Papeete, con cui ha mandato all'aria la partita dell'autonomia su cui i governatori padani stavano lavorando da anni. Con l'aggravante di una svolta simbolica ed organizzativa in cui l'unico partito territoriale superstite nel sistema politico italiano si era personalizzato sotto l'emblema e il nome del suo leader. Dopo aver mollato con le proprie mani - il governo e bucato lo sfondamento in Emilia, Salvini deve vincere in Toscana. Sarebbe uno straordinario rilancio, un successo su quattro fronti. Assesterebbe un colpo durissimo al Pd, in primis al suo segretario, che forse vacillerebbe. Riprenderebbe il primato in casa propria, soffocando sul nascere la fronda che sta nascendo intorno a Zaia, stravincitore annunciato in Veneto, con la sponda si dice di Giorgetti. Riaffermerebbe di essere lui il capo del centrodestra, rintuzzando l'avanzata insidiosa della Meloni. E, last not least, potrebbe ripartire con ben altre munizioni all'assalto dell'esecutivo. Con Umbria, Toscana e eventualmente Marche governate dalla sua Lega, il cuore rosso dell'Italia sarebbe pugnalato a morte. E il Capitano potrebbe riprendere la sua marcia su Roma.

Il destino dei democratici è in gran parte speculare a quello di Salvini. Se resistono sulle barricate toscane, le aspirazioni di Bonaccini a terremotare il Nazareno rientreranno rapidamente. Certo, le acque non si calmeranno. Ma, scampato il pericolo maggiore, chi se la sentirebbe di aprire una crisi dentro il partito che resta il maggiore azionista di un governo che si appresta a gestire una barcata di miliardi mai vista nella storia repubblicana? Tutti sanno che il fido inatteso che l'Unione ci ha aperto nel bilancio è imperniato sul tris d'assi Pd Gualtieri, Amendola e Gentiloni - con Conte a chiudere il poker, facendo il ponte con i grillini. È un equilibrio miracoloso, di cui Zingaretti è stato all'inizio perfino controvoglia il regista abile e tenace. Fare saltare tutto in aria per rimescolare le poltrone di partito sarebbe molto probabilmente un suicidio. Dato però che già è avvenuto un paio di volte negli ultimissimi anni, è d'obbligo il «mai dire mai». Siamo in un'epoca di narcisismi irrefrenabili, e di appetiti insaziabili. Restando con i piedi per terra, la Toscana, per Zingaretti, è Stalingrado. Se poi vincesse anche in Puglia e Marche, sarebbe un'apoteosi.
 

 

L'unico desiderio che Di Maio può esprimere la notte di domenica è vincere il referendum. Anche di stretta misura, ma vincerlo. Dalle regionali c'è il rischio che arrivino pessime notizie. Oltre all'ennesima sconfitta per il partito in solitaria, con quozienti probabilmente a cifra unica, il vero pericolo per la linea filogovernativa di Di Maio è che siano i voti grillini a causare la debacle del Pd. Se la Toscana dovesse cadere per colpa dell'accordo mancato, tutti al Nazareno punterebbero l'indice sull'infido alleato. E su Zinga che si è fidato di lui. Lo scenario opposto prevede che il Pd riesca a vincere in Toscana e che in Puglia il voto disgiunto su cui spingono molti autorevoli esponenti cinquestelle locali faccia prevalere Emiliano al fotofinish. A quel punto Di Maio potrebbe far passare in secondo piano la magra performance alle amministrative, cronica debolezza grillina, e puntare tutti i riflettori sul successo referendario. Se invece, come è molto improbabile, dalle urne uscisse un No alla riforma, beh, allora si ballerebbe. A cominciare dal governo Conte.
 

Come nella celebre espressione della Quarta repubblica francese, i governi che durano di più sono quelli nati e cresciuti traballanti. Sembra che, negli ultimi giorni, perfino gli autorevoli media che per qualche mese avevano predetto a settimane alterne rimpasti e ribaltoni di ogni tipo, si siano convinti che muovere anche una sola pedina del governo aprirebbe un imprevedibile domino che farebbe saltare la scacchiera. E tutto questo dovrebbe accadere col placet di Mattarella, e delle cancellerie europee? No, l'asse tra Zingaretti e Conte quali che siano le apparenze è inossidabile. Con un'unica, vera incognita. Un terremoto in casa grillina. La grande novità di questi mesi, la chiave della normalizzazione in corso che ha consentito l'accordo con l'Europa, è il processo di istituzionalizzazione di quello che solo due anni fa era un movimento antisistema. La rapidità della svolta ha sorpreso quasi tutti, e, data la complessità del cambiamento, non si può darla per acquisita. La brace della rivolta cova ancora sotto le ceneri. Una sconfitta al referendum sarebbe la scintilla che farebbe esplodere le contraddizioni interne, aprendo uno scontro durissimo per la conquista della leadership. Forse Di Maio la spunterebbe comunque, forse l'ala ribelle con Di Battista e Casaleggio - non andrebbe al di là di una scissione. Ma le ripercussioni sul governo sarebbero imprevedibili.

Dopotutto, anche la Quarta repubblica con un tormentatissimo travaglio - dovette cedere le armi alla Quinta.

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