ENRICO LETTA

Elezioni Quirinale, Letta apre a Meloni: «Serve un’intesa ampia». I dubbi sul dopo-Draghi

Venerdì 10 Dicembre 2021 di Mario Ajello
Elezioni Quirinale, Letta apre a Meloni: «Serve un intesa ampia». I dubbi sul dopo-Draghi

Giorgia Meloni scherza: «Ormai a me a Enrico ci trattano come una coppia di fatto». Ma certo che non lo sono («Non fatevi troppi film», dice Letta ai giornalisti) e però sul Colle la sintonia c'è tra il leader del Pd e la presidente di FdI che per tutto il resto si considerano vicendevolmente i carissimi avversari da bipolarismo pieno (a proposito: «Io sono sempre stato per il maggioritario», dice Letta ospite alla festa di Atreju ed è la stessa posizione della Meloni). Alla kermesse di Fratelli d'Italia, Letta riceve carezze ma anche e buu quando sulla legge Zan o quando dice che «dovete essere più chiari nel giudizio sul passato» fascista»). 

E comunque, la Meloni - seduta in prima fila e complimentosa: «Enrico è un antesignano della nostra festa» - dice esplicitamente che vuole Draghi al Colle e voto subito. Letta invece, visto che il tentativo di convincere Mattarella al bis non sembra avere chance, per l'opzione Draghi comincia a muoversi e in questo la sintonia con la Meloni è evidente. «Il Capo dello Stato lo dobbiamo scegliere insieme anche con la destra», dice il capo dem, ma per lui la destra - vista l'incomunicabilità con Salvini e considerando che Berlusconi sta facendo la corsa per se stesso - per il titolare del Nazareno è Giorgia uber alles. 

«La differenza tra noi e lui - dicono però i big di FdI nelle prime file - è che noi vogliamo il voto subito dopo l'ascesa di Draghi sul Colle, mentre lui almeno a parole il voto anticipato non lo vuole». Anche se pure su questo, al Nazareno cominciano a non essere rigidissimi, anzitutto perché il Campo largo lettiano nei sondaggi va bene e poi perché votare nel 2022 sarebbe per Letta il modo più sbrigativo per avere gruppi parlamentari non più di origine renziana ma che rispondono a lui. Non è stato insomma siglato il Patto del Risorgimento (dal nome della piazza che ospita la kermesse del Natale dei conservatori di FdI) tra i due leader, però la sintonia e il reciproco spalleggiarsi tra Enrico e Giorgia è evidente.

Con Draghi al Colle, il capo dem vede comunque un problema di non poco conto: «Non so se questa maggioranza andrebbe avanti con un premier diverso da quello attuale». Ma alla fine, anche se la maggioranza larga non dovesse andare avanti senza Draghi e se ci fossero le elezioni, non sarebbe un dramma e finalmente la sfida destra-sinistra e io contro te (tra Letta e Meloni) si avvererebbe e vinca il migliore. «Io non ho paura affatto di andare all'opposizione», dice Letta stuzzicato da Bruno Vespa che gli ricorda che Franceschini considera una «noia» quella di non stare al governo. Nessuno fiata quando Letta dice: «La candidatura di Berlusconi la vedo molto in salita e oltretutto blocca tante cose». È quello che pensano quasi tutti i big di FdI seduti nelle prime file. 

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E alcuni lo sussurrano in questa kermesse. Ma hanno l'aria di quelli che non vogliano dare un dispiacere al vecchio zio: «E ora chi glielo dice a Berlusconi che la sua è una missione impossibile?». Gielo dice Letta dal palco, ma nel centrodestra comincia a pensarlo anche Salvini. Secondo questo schema che circola nella Lega: «Prima si va a votare e meglio è, rischiamo di perdere altri punti stando al governo e rinviando le urne al 2023. Meglio Draghi subito e urne immediate». Centrodestra insomma diviso, sia pure non esplicitamente, sulla vicenda Colle. Mentre un ex democristiano sapiente di politica qual è Raffaele Fitto, europarlamentare di peso e conservatore doc, prima dell'esibizione di Letta confida tra le seggioline di Atreju: «Intesa con il Pd su Draghi? Con Letta si dialoga bene, e noi comunque siamo stati i primi a dire Draghi sul Colle e voto subito». Il problema, per il Pd, è proprio questo: le urne. Ma in fondo è superabile se Draghi dal Colle (nel caso di andrà) dovesse riuscire a trovare un valido sostituto per Palazzo Chigi votato dai tanti parlamentari, e sono i più, che non se ne vogliono andare a casa.

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