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Pomicino: «De Mita sperava ancora
di poter costruire un nuovo Centro»

Venerdì 27 Maggio 2022 di Antonio Menna
Pomicino: «De Mita sperava ancora di poter costruire un nuovo Centro»

«De Mita è stato un leader politico di modernità e di riflessione. Volendo sintetizzare, in maniera accentuata, il suo profilo direi che era un uomo che sul terreno politico si muoveva solo dopo aver attentamente e profondamente riflettuto. La sua ossessione permanente: il pensiero come fonte essenziale di una politica alta. Senza il pensiero, la politica per lui era mera gestione amministrativa». Paolo Cirino Pomicino è stato Ministro per la Funziona pubblica tra l'aprile del 1988 e il luglio 1989, nel governo presieduto proprio da Ciriaco De Mita.
 

Non eravate sempre d'accordo, vero?
«No, non sempre le nostre idee concordavano. Ma tra noi c'era una simpatia che andava oltre le posizioni politiche. Del resto, lui stesso poi arrivò alla convinzione che le correnti erano un elemento di ricchezza per la Democrazia cristiana. All'inizio, da segretario nazionale, voleva addirittura combattere le correnti. Ma poi capì che senza le diverse sensibilità la Dc avrebbe perso voti e capacità di rappresentanza. Ogni corrente della Dc era pensiero e azione, parlava a fette di elettorato e di Paese, e quella composizione ha fatto poi della Democrazia cristiana quell'elemento di garanzia repubblicana che serviva a tutto il Paese, e anche agli altri partiti. De Mita, da uomo di pensiero qual era, lo capì e nel tempo lo apprezzò».

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Su cosa non siete stati proprio d'accordo?
«Non ho timore di ricordare i punti di non condivisione, non facciamo piaggeria. Un elemento, per esempio, di diversità di opinione ci fu quando lui da Presidente del Consiglio, sollecitato anche da suoi uomini, volle rimanere alla segreteria del partito, dimenticando - e questo fu il suo errore - che la Dc non tollerava la concentrazione di potere in un'unica persona, non l'aveva consentito a Fanfani, a De Gasperi. Non poteva assolutamente innovare questa prassi, io glielo dissi personalmente quando eravamo al governo insieme. Gli dissi: guarda che quello che costruisci al pomeriggio, io lo smonto la sera. Lui apprezzò il fatto che io dichiarassi la contrapposizione apertamente, con lealtà. Finì col perdere sia l'una sia l'altra cosa. Ma quella vicenda non determinò un risentimento in De Mita, che prese atto della situazione e concorse alla nascita del governo Andreotti».
 

De Mita aveva anche un rapporto molto forte, intenso, con il Pci.
«È vero, saranno gli storici a spiegarci il perché. Il Partito comunista italiano, però, aveva un forte impianto popolare e sapeva, nei momenti difficili, trovare l'unità e la responsabilità istituzionale. Era un altro mondo, con un'altra classe dirigente. De Mita è nato nella Dc di Fiorentino Sullo, uno dei grandi riformisti cattolici: in quel partito c'era una selezione darwiniana e non cortigiana dei gruppi dirigenti. Ecco perché i locali crescevano in maniera aperta. In tutte le segreterie provinciali e regionali c'erano selezioni di energie e idee. Cose che poi, con la cosiddetta Seconda repubblica, non si sono più viste. De Mita ebbe, come capita spesso nella politica e nella vita, l'oltraggio di non essere ricandidato. Dimostrando, peraltro, che nel centrosinistra si compivano operazioni di potere e non politiche».
 

Avete tentato anche di rimettere insieme, negli ultimi anni, i frammenti del centro politico per provare a costruire un solo soggetto.
«Abbiamo fatto dei tentativi, sia nazionali sia alle ultime regionali campane. De Mita era un interlocutore attento e sensibile ma il personalismo tipico della Seconda repubblica ha impedito di trovare ragioni comuni. È prevalso il personalismo deteriore di alcuni. È il nanismo politico di questo tempo».

Ultimo aggiornamento: 28 Maggio, 07:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA