Roma, il sistema di Tor Bella Monaca: i pusher “ribelli” picchiati, rapiti e costretti a spacciare gratis

Mercoledì 16 Settembre 2020 di Adelaide Pierucci
Roma, il sistema di Tor Bella Monaca: i pusher “ribelli” picchiati, rapiti e  costretti a spacciare gratis

Costretti a spacciare gratis di giorno e di notte. Sotto al sole, senza acqua né cibo. E poi, all’occorrenza, incellophanati dalla testa piedi, immobilizzati su una sedia, e riempiti di botte. Calci al viso, pugni, sevizie. Tor Bella Monaca ha inaugurato una nuova forma di soggiogamento per chi sconfina nel proprio territorio di spaccio e sgarra: gli schiavi pusher. Chi sbaglia viene costretto dai grossisti, da chi gestisce le piazze dello spaccio, a lavorare a cottimo e senza paga.

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LA STORIA

Bogdan M., 20 anni romeno, rincorrendo la fama del quartiere come isola della droga, aveva pensato di far affari d’oro spacciando nei pressi delle Torri, appoggiato dalla fidanzata, Elisa, una trentenne italiana. Un progetto sgretolato in pochi giorni. I due pusher, infatti, originari di Ascoli Piceno, non hanno superato la prova fedeltà coi grossisti di zona e dopo la mancata restituzione di 15 dosi di crack sono stati picchiati e ridotti in una sorta di schiavitù. Emerge dagli atti dell’inchiesta aperta dal sostituto procuratore Alberto Galanti sul sequestro della coppia di pusher che ad agosto aveva portato all’arresto di uno degli aguzzini, Mohammed Maged Abdeslam Sarhan, un egiziano noto come Momoa. Nell’atto di chiusura dell’indagine per sequestro di persona a scopo di estorsione a carico di Momoa, mentre i complici sono ancora irrintracciabili, il magistrato ha precisato che la banda «agendo in concorso ai danni di due spacciatori autonomi di crack e cocaina, li costringevano a vendere sostanza stupefacente gratuitamente sulla piazza di spaccio di Tor Bella Monaca». Ma non è tutto, perché la punizione inflitta ai due spacciatori “disubbidienti”, che non avrebbero rispettato il codice non scritto che vige a Tor Bella Monaca non si sarebbe limitato alla vendita della droga senza che incassare un centesimo: i due sono stati costretti a lavorare «per giorni in strada sotto il sole, senza bere, né mangiare»., si legge sempre nelle carte della procura. Insomma un capitolo aperto male e finito peggio. Non soddisfatti dall’andamento della vendita Bogdan e Elisa erano stati poi sequestrati, rinchiusi in un garage di via San Biagio Platani, minacciati e picchiati. I fatti risalgono ad agosto. Gli schiavi pusher vengono indotti a entrare nel garage sotto minaccia, dopo almeno tre giorni passati a vendere droga a digiuno.
 

IL SEQUESTRO

Il romeno viene immediatamente legato con lo scotch su una sedia. È completamente immobilizzato centimetro per centimetro dal collo alle caviglie. Solo il viso viene lasciato scoperto, il bersaglio dei pugni. La donna un paio di giorni dopo riesce a scappare e a dare l’allarme alla polizia. Quando gli agenti arrivano con le volanti trovano Bogdan «ancora legato a una sedia con cellophane da imballaggio e sofferente. Sul viso vistose abrasioni, una serie di ematomi e anche un trauma cranico». «Avevamo bisogno di soldi», spiegherà poi lei: «Ecco perché io e il mio fidanzato avevamo accettato il ruolo di vedetta in via San Biagio dei Platani. Ma subito ci hanno contestato un ammanco di dosi, costringendoci a lavorare ininterrottamente a titolo gratuito. Poi hanno sequestrato Bogdan». «Quando sono stato sequestrato ero troppo provato a livello fisico e mentale pure per approntare una minima reazione», racconterà lui. Momoa, da sorvegliante del rapito, era stato l’ultimo a fuggire dal garage dell’orrore. Nella fuga ha perso il cellulare con i video del sequestro e le minacce: «Piagni...Devi stare zitto, ti taglio la gola, ti sotterro...». Ad inchiodare Momoa anche una telefonata alla compagna, romana: «Amo’, spero che non cioccano de sotto sennò pio sequestro di persona». Le menti che hanno ideato gli schiavi pusher però sono altre. Le indagini non sono chiuse.

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