La prima volta di Simioli:
«Esordio a TeleGaribaldi
tra risate e tacchi a spillo»

Sabato 2 Novembre 2019 di Maria Chiara Aulisio
La prima volta che Gianni Simioli capì che non solo dalla radio avrebbe potuto avere grandi soddisfazioni, fu quando gli fu proposto di partecipare a TeleGaribaldi - programma tv a metà strada tra Striscia la notizia e Mai dire gol. Versione anni Novanta di Made in Sud, nato dalla fervida fantasia di Vincenzo Coppola, storico direttore di Canale 9 che - con Carolina Visone, editrice dell'emittente - mandò in onda una trasmissione destinata a lasciare il segno nel mondo dell'etere napoletano, e non solo.

Bel successo, TeleGaribaldi.
«Non mi sembrava vero. Perfino Maurizio Costanzo chiese di noi».

Addirittura?
«E certo. Andava in onda tutte le sere con il suo show e, quando controllava gli ascolti, non riusciva a capire per quale ragione in Campania, negli stessi giorni e alla stessa ora, lo share calava improvvisamente. Qualcuno gli spiegò che la colpa era di TeleGaribaldi».

Un trionfo, dunque.
«Sette, ottocentomila telespettatori a sera - numeri da capogiro. A volte, nemmeno i grandi network ci arrivano. Ricordo che Lina Wertmuller, a Napoli per promuovere il suo film Ferdinando e Carolina, ci mandò a dire che le avrebbe fatto piacere cominciare il suo tour dagli studi di Canale 9. Pensammo a uno scherzo, invece era tutto vero: Lina a TeleGaribaldi con gli attori del cast». 

Successo e divertimento.
«Risate 'e pazze. Con Biagio Izzo, vestiti da donna, interpretavamo una coppia di amiche: Vola e Colomba. Una mattina, pronti per registrare, andammo a prendere un caffè al bar di fronte agli studi. Gonna e tacchi a spillo, trucco da mignotte: facemmo i numeri, la gente non voleva più farci andare via».

Roba da bodyguard.
«Sul serio. Eravamo popolarissimi. Per strada dovevamo nasconderci o era l'assalto, in più di una occasione pensammo che forse sarebbe stato utile farci proteggere, ma alla fine non lo abbiamo mai fatto. All'affetto del pubblico non volevamo rinunciare».

Speaker radiofonico, showman, personaggio televisivo.
«E giornalista».

Pure?
«La prima volta che ci ho pensato ero con il mio amico Aldo Fontanarosa, lui attualmente lavora a Repubblica. Siamo entrambi di Secondigliano, amavamo la musica, ma ci stavano a cuore anche i problemi del nostro quartiere, così decidemmo di organizzare un giornale».

Come faceste?
«Vivevo al rione Berlingieri. La mia camera da letto diventò la nostra redazione: due vecchie Olivetti, pennarelli, pastelli e tanti giornali dai quali recuperare le foto che ci servivano. Un amico che lavorava in una tabaccheria ci faceva le fotocopie gratis, quando il titolare non c'era. Così nacque Biberon».

Un giornale in piena regola, insomma.
«Lo vendevamo a 50 lire, andava a ruba soprattutto a scuola. Affrontavamo argomenti seri, ma si parlava anche di musica, teatro, spettacolo».

Poi, però, il giornalismo lo ha abbandonato.
«Mai. L'idea di raccontare quello che succede, e denunciare i problemi che ci complicano la vita, non l'ho mai messa da parte. Per la verità, ho scritto anche un libro».

Un'altra prima volta?
«Prima e ultima, almeno per il momento».

Di che libro si tratta?
«La guida ai cessi di Napoli. Lo so, detta così può sembrare imbarazzante, ma se ci pensate bene l'idea non è male, e infatti se ne parlò molto. Dal museo Nazionale allo chalet Ciro a Mergellina: con il mio amico Salvio Parisi andammo a fotografarli tutti, per vedere in quali condizioni si trovavano. Un turista, secondo noi - oltre a conoscere bar, ristoranti e musei - doveva avere indicazioni anche su questo».

Una provocazione?
«Beh, certo: è chiaro che fu un lavoro fatto anche perché se ne parlasse. Chiedemmo pure a quindici personaggi napoletani di farsi fotografare seduti sul water. Da Renzo Arbore a Cristina Donadio, da Leopoldo Mastelloni ai 99 Posse, accettarono senza riserve. Fu tutto molto divertente, e un risultato lo ottenemmo».

Quale?
«Decidemmo di presentare il libro nei bagni della stazione di piazza Garibaldi. Era il 1995, Napoli Centrale era ben diversa da come è oggi, ma riuscimmo a ottenere l'autorizzazione. E, insieme, la promessa che avrebbero pulito tutto. Quando arrivammo, quei bagni erano splendenti».

Un vademecum ai bagni della città, bella fantasia.
«Quella non mi è mai mancata. A 13 anni decisi di mettere su una radio. Ero troppo piccolo per fare un provino, ma volevo a tutti i costi un microfono».

E come fece?
«Parlavo al telefono. Componevo numeri a caso: Qui radio Gianni, posso farvi ascoltare una canzone?. Al sì, annunciavo il nome del cantante e facevo partire il disco, posizionato accanto all'apparecchio telefonico».

Idea geniale.
«Durò poco».

E perché?
«Arrivò la bolletta: 290mila lire. Mia madre diventò una furia, un mese in punizione, lucchetto al telefono e ciao ciao radio Gianni». Ultimo aggiornamento: 3 Novembre, 09:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA