I segreti del Bùvero
e le garibaldine
dalle sette sottane

Domenica 26 Settembre 2021 di Vittorio Del Tufo
I segreti del Bùvero e le garibaldine dalle sette sottane

«E i' voglio bene a ninno
ch'è malamente
E i' voglio bene a ninno
ch'è malamente
E ninno vo bene a me
ca so fetente»

(canto delle prostitute dell'Imbrecciata).

* * *

Signò v'arraccomann e fa passà bona ambressa a femmena mia, pecché i' aggia magnà dint' a sti ffeste.

Ai medici dei sifilicomi, che avevano in cura le prostitute dell'Imbrecciata, capitava spesso di essere affrontati, davanti ai luoghi di cura, dai ricottari che chiedevano loro di sbrigarsi a dimettere le loro donne, ovvero la fonte del proprio guadagno. Soprattutto quando c'erano parecchi soggetti in attesa davanti alle case d'appuntamento. Nel gergo del Bùvero, il «malfamato quartiere dei facili amori» per dirla con De Blasio, i soggetti erano coloro che «si godevano più volte la stessa donna». I soggetti avevano, rispetto agli altri avventori, dei riguardi speciali. A differenza dei soggetti, gli avventori occasionali erano vittime di vere e proprie angherie; per indurli (obbligarli) a seguire le prostitute nelle loro case i ricottari sequestravano loro il cappello: per riaverlo dovevano accettare l'incontro. «Qui non si viene per passeggiare o per curiosare, ma per consumare».

Spesso i clienti (non soggetti) dovevano consegnare al protettore tutti gli oggetti personali, compresi quelli di valore. Poi c'erano i travestiti, il cui punto di ritrovo era via Pietro Antonio Lettieri, che divenne, per consuetudine toponomastica, Vico Femminelli. Anche ne La prostituzione in Napoli nei secoli XV, XVI e XVII di Salvatore Di Giacomo (1899) si legge che a Napoli, a partire dal 1530, tra i luoghi destinati dalle autorità all'esercizio della prostituzione femminile, vi erano indicati anche quelli utilizzati specificatamente dai travestiti. (vedi Femminielli, corpo, genere, cultura, a cura di Eugenio Zito e Paolo Valerio, Libreria Dante e Descartes).

Alle 23,30 di ogni sera suonava la ritirata: il capo drappello di pubblica sicurezza, chiamato Papà, armato di chiave, chiudeva il cancello dei pubblici lupanari, al grido di «Jammo ja ca mo si chiude. Chi è a rinte è a rinte e chi è a fore è a fore». Poi fissava il cancello col saliscendi, accompagnato dalla voce dei ricottari: «Papà, tenite mmane n'ato ppoco, perché è ampressa». Se il cliente non aveva terminato, era costretto a scavalcare il cancello per allontanarsi dal Borgo.

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Il business della prostituzione seguiva i rigidi canoni della gerarchia camorristica. Il boss dell'Imbrecciata, o capomasto, incassava i proventi tanto dei proprietari delle case quanto delle inquiline dei postriboli e dei loro ricottari. A fare il bello e il cattivo tempo al Borgo Sant'Antonio Abate, per anni, furono personaggi come Leopoldo o Mandriano, Zio Ferdinando e Ciccillo Tagliarella, chiamato così perché aveva tre sfregi sulla guancia sinistra. Gli affari del Borgo rimasero affari di camorra anche dopo il 1855, quando, per evitare sconfinamenti, l'area fu delimitata da un alto muro di cinta.

Nel 1860 scoppiò la Rivolta delle Sette Sottane. Aiutate dai ricottari, le prostitute dell'Imbrecciata rimossero il cancello, abbatterono il muro e col materiale demolito presero a pietrate i poliziotti dando l'assalto al vicino carcere di San Francesco. Vestite da garibaldine, le donne osarono arrivare addirittura verso le prigioni della Vicaria, cantando a squarciagola un motivo rimasto a lungo nella memoria collettiva del popolo del Bùvero.

E ffiggliole d'o Canciello
Cu la cammisa rossa
E sette suttanine
Me pareno garibaldine
E vonn'a libertà

Giubbotto rosso, calze lunghe e sottane rivoluzionarie. La rivolta, più simbolica che reale, fu inscenata per diversi anni, fino al 1872. Quell'anno un'eruzione del Vesuvio persuase i cittadini del Borgo che il padreterno facesse piovere cenere sulla città al preciso scopo di punire gli scandali che davano le prostitute di Porta Capuana. Molte di loro si convertirono, altre fecero pubblica penitenza prostrandosi in ginocchio nella chiesa di Sant'Anna a Porta Capuana. A presidiare il Lampione, luogo di ritrovo delle malefemmine dell'Imbrecciata, rimase tale Lucia, detta siè Lucia, che fino a 78 anni sfidò la Questura occupando lo spazio davanti al tempietto di Venere al Vico Cristo.

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Il quartiere malfamato degli amori facili non cambiò pelle né con il crollo del regime borbonico - e la conseguente annessione del regno delle Due Sicilie al regno della nuova Italia - né con il piccone del Risanamento, che sventrò il Borgo spezzandolo in due parti, a sinistra e a destra dell'attuale corso Garibaldi. Nelle viuzze maleodoranti dove i cavalieri Templari avevano insegnato ai frati i segreti dei miracolosi unguenti a base di sangue di maiale continuarono a risuonare le note e i passi di un ballo sfrenato e osceno, la Tarantella dell'Imbrecciata, che mutava da semprice a cumpricata a seconda che vi partecipassero soltanto le donne oppure le donne e gli uomini.

«Le viuzze avevano le porticine socchiuse, sullo scalino le donne cogli scaldini sotto lo scialletto oscenamente si atteggiavano quando la gente, attratta dalla curiosità, dalla strana vita è dalla strana società, vi si avventurava. Erano parolacce, gesti sguajati, canzoni da trivio, mentre ai crocicchi si vedevan le fasce rosse e i berretti a sghembo e i larghi pantaloni della camorra, o sfioravan le mura fanciullette dalle vesti stracciate, i piedi scalzi, grattandosi gli stopposi capelli, le infantili labbra sussurrando turpitudini» (Abele De Blasio, I segreti dell'Imbrecciata).

Munite di nacchere e tamburello, le prostitute mimano l'amplesso davanti ai clienti e ai visitatori, che per assistere alla tarantella cumpricata devono farsi autorizzare dal camorrista protettore di turno, mentre la vecchia megera, proprietaria dell'appartamento, rovescia il quadro della Madonna per non costringerla ad assistere allo spettacolo.

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Ventre di sangue e pietra, carne impastata al cemento, luogo della memoria, il Borgo Sant'Antonio Abate non smette di esercitare su chi lo attraversa un fascino ambiguo, legato certamente a questi retaggi del passato che hanno resistito a lungo all'avanzare della modernità. Solo nel 1898, durante lo stato d'assedio per i moti popolari che si svilupparono quell'anno in tutta Italia, il commissario straordinario di Napoli, generale Malacria, emanò un decreto con il quale fece chiudere alla circolazione il vicolo Martiri d'Otranto ritirando tutte le chiavi dei postriboli. Ma questo non impedì che risuonassero ancora per molti anni le note delle Sacerdotesse di Venere di Porta Capuana, che accompagnate dal popolo del Bùvero continuarono a cantare a squarciagola una canzone che faceva pressappoco così:

«Fronn' e murtelle mie
Fronn' e murtelle
a Mbricciat' è chien' e sciabolelle
Fronn' e vurraccia mia
Fronn' e vurraccia
Pur a siè Maria ha avut' a caccia
E sparate so state dinte a scella
Rusella, a pacchiana e Cuncettella».

(2 - fine)

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