La mostra di Venezia all'ombra del Vesuvio: ecco i film napoletani alla Biennale

Mercoledì 28 Agosto 2019 di Titta Fiore
C'è la Napoli delle periferie raccontate nel crudo realismo dei luoghi, e c'è la Napoli metaforica della trasfigurazione letteraria. C'è la Napoli satura nei colori e nei toni da fumetto e la Napoli struggente dell'autobiografia. C'è la Napoli dei grandi autori e quella che continuamente si rinnova nella formazione di nuovi talenti. La città che negli anni è diventata capitale della lunga serialità e la fucina capace di mettersi continuamente alla prova con i linguaggi del cinema del reale e le lunghezze non convenzionali del corto e del mediometraggio. Insomma, c'è, nel cartellone della Mostra del cinema che si apre stasera con il primo film europeo della Palma d'oro giapponese Kore-eda Hirokazu, «La verité», un filo rosso che attraversa tutto il programma e riconduce in maniera massiccia al cinema che si fa e si produce all'ombra del Vesuvio.
 
Il trend, che è andato irrobustendosi negli anni inanellando presenze e tendenze, trova quest'anno conferma della vitalità del settore a partire dal concorso. Nella sezione principale due su tre film italiani in gara sono, infatti, made in Naples. «Il sindaco del rione Sanità» di Mario Martone, per il secondo anno di fila candidato al Leone d'oro, si annuncia, per l'approccio e il tema, come il più dichiaratamente politico: il regista ha ripreso la rilettura del classico eduardiano messa in scena la scorsa stagione al teatro Nest di San Giovanni a Teduccio, trasformandola, però, in un vero e proprio film dallo stile autonomo: e se gli attori sono per la maggior parte gli stessi dell'allestimento teatrale, con Francesco Di Leva nei panni del «sindaco» Antonio Barracano giovane negli anni e agguerrito negli atteggiamenti da boss contemporaneo, e Massimiliano Gallo in quelli del suo antagonista Arturo Santaniello, «l'eterna lotta tra il bene e il male» intorno a cui ruota l'intera vicenda si spinge a raccontare il malessere sociale delle periferie metropolitane e a mostrare su quale terreno di coltura si innervino le derive criminali. «Un lavoro di ammodernamento del testo teatrale che però non è lo spettacolo portato sul grande schermo, un risultato notevole» ha detto il direttore della Mostra, Alberto Barbera, di un'esperienza che lo stesso Martone non ha esitato a definire «per certi versi sperimentale» e che avrà anche una distribuzione alternativa, in sala per tre giorni, 30 settembre, 1 e 2 ottobre con Nexo Digital (al Lido passa venerdì).

Eccentrico rispetto ai canoni narrativi tradizionali promette di essere anche «Martin Eden» di Pietro Marcello, altro titolo molto atteso della competizione (passa il 2 settembre): il regista di «Bella e perduta» reinventa il capolavoro di Jack London e trasferisce la storia dall'originaria California ad una Napoli «che potrebbe essere una qualsiasi città portuale, non solo d'Italia», affidando il ruolo del protagonista a Luca Marinelli. «Un film rischiosissimo, coraggiosissimo, all'altezza delle ambizioni del suo autore» a detta di Barbera, che ha voluto completare il tris degli italiani in gara con un'altra storia «meridionalista», a firma del regista più iconoclasta del panorama siciliano: in «La mafia non è più quella di una volta» Franco Maresco celebra i martiri dell'antimafia Falcone e Borsellino a venticinque anni dalle stragi di Capaci e via D'Amelio e si confronta con l'impegno civile della fotografa Letizia Battaglia, che con le sue immagini ha mostrato l'orrore fatto di carne e sangue dei delitti di Cosa Nostra.

«Ho scelto i film che hanno osato di più», spiega il direttore del festival illustrando i criteri di selezione e la mission di una Mostra che vuole continuare a chiamarsi d'Arte Cinematografica, in prima linea sul fronte della ricerca senza trascurare il più rassicurante mainstream. Nelle mani di Pietro Marcello e dello sceneggiatore Maurizio Braucci «Martin Eden» attraversa il Novecento, o meglio, «una trasposizione trasognata del Novecento» inseguendo il sogno di un'ascesa sociale ottenuta attraverso la scrittura. «Questo film - hanno spiegato regista e sceneggiatore - racconta la nostra storia, la storia di chi si è formato non nella famiglia, o nella scuola, ma attraverso la cultura incontrata lungo la strada. Martin Eden è il romanzo degli autodidatti, di chi ha creduto nella cultura come strumento di emancipazione e ne è stato, in parte, deluso. Ma è anche un libro in grado di rivelare le perversioni e i tormenti del Novecento e per questo è un romanzo di grande attualità politica».

«Cercavo una Napoli diversa dall'immagine classica, volevo una città notturna, piovosa, metafisica. Deserta», dice il grande fumettista Igort che domani inaugura la sezione parallela delle Giornate degli Autori con «5 è il numero perfetto», protagonista Toni Servillo, sicario della camorra in disarmo che si ritrova a fare drammaticamente i conti con la propria vita. Nello stesso cartellone, Gianfranco Pannone con Sparagna analizza, in «Scherza coi fanti», la nostra identità culturale sul crinale delle guerre. E in Orizzonti, Nunzia De Stefano debutta nella regia con «Nevia», prodotto dall'ex marito Matteo Garrone: la storia, fortemente autobiografica, racconta l'adolescenza vissuta nel campo container di Ponticelli all'indomani del terremoto dell'80. «Ma, allo stesso tempo» commenta l'autrice, «sarebbe un limite ricercare solo nella mia esperienza il valore di questa storia che è, invece, un racconto di formazione dal sapore universale».

Non è finita. Il grande cinema di impegno civile di Francesco Rosi rivivrà nel documentario firmato dalla figlia del regista, Carolina, con Didi Gnocchi; mentre Paolo Sorrentino porterà al Lido due puntate di «The New Pope» con Jude Law e John Malkovich e Sollima farà il bis mostrando in anteprima due episodi di «ZeroZeroZero» tratto dal best seller di Roberto Saviano. Ultimo aggiornamento: 12:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA