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Panatta protagonista al cinema e su Sky: «Oggi giocherei con la maglietta ucraina»

Venerdì 29 Aprile 2022 di Titta Fiore
Panatta protagonista al cinema e su Sky: «Oggi giocherei con la maglietta ucraina»

«Se giocassi oggi al Foro Italico, scenderei in campo con la maglietta azzurra e gialla dell'Ucraina». Nel 1976 Adriano Panatta e Paolo Bertolucci vinsero la Coppa Davis nel Cile del dittatore Pinochet indossando una t-shirt rossa. «Lo decidemmo la sera prima, in totale autonomia. Volevamo dare un segnale, ma nessun giornale ne parlò. Nessuno ne ha parlato per anni». Quella trasferta che suscitò più polemiche che entusiasmi (la contestarono intellettuali come Dario Fo e Franca Rame e Domenico Modugno ci scrisse su perfino una ballata) è al centro della docuserie «Una squadra», in sala nella versione cinematografica dal 2 al 4 maggio, distribuita da Fandango e Luce Cinecittà con il patrocinio del Coni, e dal 14 maggio su Sky Documentaries (i primi due episodi in onda anche su Sky Sport Uno il 15 maggio, dopo la finale degli Internazionali d'Italia). L'ha diretta con passione da tennista il produttore Domenico Procacci, anche autore con Sandro Veronesi, Lucio Biancatelli e Giogiò Franchini che firma con mano felice il montaggio.

«Quella vittoria fu al centro di una battaglia politica e non era mai stata celebrata, per questo pensavo che meritasse attenzione» dice Procacci, al suo esordio dietro la macchina da presa. Ma rimettendo insieme la mitica squadra formata da Panatta, Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, guidata da Nicola Pietrangeli capitano non giocatore, si è accorto che c'era molto altro da raccontare: «Soprattutto il rapporto tra i giocatori, ragazzi talentuosi eppure così diversi tra loro, che arrivano a giocare quattro finali di Davis in cinque anni e portano per la prima volta a casa il trofeo. Ho cercato di mettere in luce le loro affinità, ma anche i conflitti, indispensabili a far funzionare una storia».
Quattro campioni che Procacci si diverte a paragonare ai moschettieri della commedia all'italiana, «Panatta come Gassman, Bertolucci come Tognazzi, Barazzutti come Satta Flores e Zugarelli come Manfredi», che non avrebbero sfigurato in un cult alla «Amici miei». Commenta Panatta: «Ci eravamo persi di vista e Domenico ci ha rimessi insieme, ha risvegliato in noi la voglia di ripercorrere quello che avevamo vissuto».

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Commedia umana, epica dello sport, romanzo di formazione, «Una squadra» è anche il ritratto di un'epoca di grandi cambiamenti sociali e di costume. «Sarebbe bello che agli Internazionali di Roma si rendesse giustizia a quella vittoria, così misconosciuta» dice Barazzutti. E Panatta: «Molti intellettuali manifestarono contro la nostra partecipazione influenzando l'opinione pubblica e quel sentimento ostile accompagnò anche la conquista della Coppa Davis. Basta sfogliare i giornali dell'epoca per rendersene conto». Oggi l'Inghilterra ha deciso di escludere gli atleti russi e bielorussi da Winbledon: «È indegno non far giocare due ragazzi che partecipano al torneo a titolo individuale e vogliono solo fare il proprio lavoro. Si dice che se vincessero la famiglia reale si sentirebbe imbarazzata a premiarli? Beh, ce ne faremmo una ragione». Sulla questione interviene Barazzutti: «È più importante mandare messaggi contro la guerra che non far giocare i russi e i bielorussi. Ai nostri tempi ci chiedevano di non andare in Cile ma si continuava ad avere rapporti commerciali con quel Paese. Ora accade la stessa cosa: si mettono veti agli sportivi e si compra il gas dalla Russia. La politica dovrebbe essere più coerente».

Dal 1976 al 1980 l'Italia è stata la squadra da battere. La docuserie racconta una nazionale a volte divisa proprio in forza delle grandi individualità che la componevano, con rapporti conflittuali tra gli atleti e con chi li guidava. Nicola Pietrangeli, una leggenda del tennis italiano, venne esonerato dai suoi giocatori dopo la sconfitta del 77 in Australia. Ancora oggi considera quella decisione il più grande tradimento subito nella sua vita. Bloccato a casa da una piccola frattura, a 88 anni scherza al telefono su quell'episodio e sul suo ruolo: «Che deve fare un bravo capitano? Porgere l'asciugamano e stappare l'acqua minerale. Il merito sportivo è tutto di chi va in campo». E come giudica Adriano Panatta il tennis che si gioca attualmente? «Completamente diverso dal nostro, tutto è più difficile, l'antagonismo è pazzesco e il professionismo esasperato. Io, invece, sono entrato in quel mondo quasi per caso».

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