I primi 70 anni di Antonello Venditti: «La festa? Prima a Roma, poi a Napoli»

di Federico Vacalebre

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Mentre Francesco De Gregori ritorna ai tempi del Folkstudio (ovvero dal 1969), esibendosi per venti sere in un teatrino della Garbatella da duecento posti, Antonello Venditti riparte da «Sotto il segno dei pesci» (1978). Il successo di «Lilly» non era stato replicato da «Ullàlla», il personale stava diventando politico, il Pci stava raggiungendo l'apice del suo percorso, ma pagando carissimo quell'effimero successo. L'8 marzo, suo compleanno, il cantautore-core de Roma pubblicò un album destinato a riportarlo in vetta alla hit parade ed a chiudere, anche in senso figurato, i suoi anni Settanta, lanciandolo nell'empireo del pop, con tutte le contraddizioni possibili. L'anno scorso, il quarantennale dell'lp è stato celebrato con una versione espansa del disco, quest'anno c'è il tour che tocca Napoli, il 16 marzo, per un concerto al Palapartenope. Ma prima, venerdì, Antonello compirà settant'anni.

Ci sono tanti anniversari da celebrare, Antonello: iniziamo da «Sotto il segno dei pesci»?
«Era il mio ottavo disco, compivo 29 anni, otto - numero che torna - giorni dopo rapivano Moro. In quel momento io mettevo brandelli di carne viva su quel pezzo di vinile nero che oggi fa trend ma allora era un indispensabile compagno di vita, e di lotta, e di passione».

Un disco collettivo, almeno nel brano iniziale, che dà il titolo al disco: «Marina se n'è andata, oggi insegna in una scuola», «Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio»...
«Erano tutte persone in carne e ossa, storie vere, un ponte dal 68 agli anni del riflusso. C'era già chi mi dava del venduto, io provavo a riflettere su che cosa mi/ci stava succedendo intorno».

Poi il disco diventa on the road, con «Bomba o non bomba».
«Se si pensa alla coincidenza con il dramma Moro un pezzo straordinariamente preveggente, ma, soprattutto, la cronaca di un destino ineluttabile».

Quello tuo e di De Gregori: «Partirono in due, ed erano abbastanza... un pianoforte, una chitarra e molta fantasia».
«Proprio così: Roma, la meta finale, eppure punto di partenza, è il simbolo del successo da raggiungere, raggiunto: E finalmente ci fecero suonare. Non potevano fermarci, ci scoppiava la vita, e la canzone, tra le dita, e le nostre canzoni sfuggivano da noi per diventare della generazione che ci ascoltava».

Al principe dedichi addirittura «Scusa Francesco».
«Nell'Italia degli opposti estremismi anche noi dovevamo diventare nemici, banali divergenze dovevano separarci per sempre. Ma non è successo, nonostante leggende metropolitane volessero, e vogliano ancora, che avesse scritto Piano bar per me, cosa falsa. Siamo amici, ci frequentiamo, dividiamo cene e chiacchiere, quando lo chiamo viene, quando mi chiama corro».
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Lunedì 4 Marzo 2019, 12:00 - Ultimo aggiornamento: 6 Marzo, 18:20
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