James Taylor pronto per Pompei:
«Joni, l'abbraccio di una vita»

Sabato 23 Giugno 2018 di Federico Vacalebre
James Taylor

A Sanremo si sentiva un po’ spaesato, ora, compiuti i fatidici 70 anni, non vede l’ora di tornare in Italia: «Dal vivo, per la prima volta con la mia band al completo, nella terra che ci ha regalato l’opera, in posti uno più bello dell’altro: come potrei non esserne felice?», sorride James Taylor, oltre cento milioni di dischi venduti, il primo artista - era un debuttante - messo sotto contratto dai Beatles per la loro etichetta Apple, atteso il 20 luglio a Lucca, in piazza Napoleone; il 22 nell’anfiteatro di Pompei; il 23 alle Terme di Caracalla di Roma.
Un giro di concerti diviso con Bonnie Raitt, blueswoman grintosa forse poco conosciuta in Italia. Perché ha scelto lei, mister Taylor?
«Perché è la più talentuosa donna che frequenti i palcoscenici. In America, in Inghilterra, in Scandinavia non la devo presentare a nessuno, è arrivato il momento che la scoprano anche gli italiani: ha dedicato una vita a cantare i blues, quando imbraccia la chitarra è una tigre ed ha un suono inconfondibile, le bastano due accordi e sai che è lei alla sei corde».
Come dividerete la scena?
«Da veri democratici, anzi da sinceri amici. Io entro nel suo set, lei nel mio, forte dei miei musicisti straordinari, a partire da Lou Marini con il suo sax».
Il resto lo faranno le straordinarie cornici che la attendono?
«Immagino proprio di sì: Caracalla, Pompei, la piazza di Lucca... I miei amici-manager italiani Adolfo Galli e Mimmo D’Alessandro hanno organizzato un giretto davvero speciale per me. La platea italiana è quella che preferisco, per competenza e per calore, insieme con quella brasiliana e irlandese: i musicisti si sentono a casa nelle terre della musica. Pompei, poi, è entrata nella storia del rock grazie ai Pink Floyd, con Bonnie ci divertiremo, sto preparando una scaletta di grandi hit».
Non mancheranno «Carolina in my mind», «Fire and rain», «Something in the way she moves», «Shower the people», «Mexico» e, naturalmente, quella «You’ve got a friend» scritta dalla sua ex moglie Carole King. La sua scrittura è sempre stata molto autobiografica, sin dai tempi di «Jump behind me».
«È vero, non sono stato un grande narratore di storie altrui, ma negli ultimi anni lo sto diventando: forse ho già detto tutto di me, forse non ho più molta vita da confessare, forse inizio ad interessarmi di più agli altri».
Nelle sue ballate non mancano gli accenni alle dipendenze dalle droghe e dall’alcol.
«Chi pensava che i rocker fossero stati cattivi maestri colpevoli della diffusione degli stupefacenti si è dovuto ricredere. Oggi i ragazzi ascoltano altri generi, ma... si drogano ancora e senza più il retroterra culturale con cui noi ammantavamo buchi e acidi. Non credo nemmeno, però, che serva cantare contro la droga: cosa può fare una canzone se non ti ferma l’immagine dei perdenti che si fanno, dei falliti che non riescono a pensare ad altro che a tirare, dei relitti di cui fortunatamente non faccio più parte?».
Eppure armato di chitarra e slogan lei fu al centro di un evento come «No nukes»: le canzoni davvero non possono niente, nemmeno sul fronte politico o sociale?
«Ai tempi della mobilitazione contro il nucleare, come del movimento contro la guerra in Vietnam, c’era, per la prima e forse unica volta, una generazione di giovani più numerosa di quella dei vecchi. I babyboomers avevano gli stessi gusti, ideali, suoni, amori in testa. Poi... la società non è, cambiata di molto e, dai tempi del “Live aid”, non è stato facile organizzare manifestazioni a tema capaci di influenzare l’opinione pubblica. Nemmeno contro Trump siamo riusciti a cantare: i social media hanno fermato la sua crudele legge che separava i figli dai genitori migranti, non le nostre chitarre. Oggi un tweet ha più forza delle nostre stanche voci».
Sembrebbe un addio. Ma aveva detto di non voler seguire le impronte del suo amico Paul Simon e ritirarsi.
«E lo confermo, ma non posso fingermi entusiasta dei tempi».
A proposito di amici: in rete c’è una sua tenerissima foto con Joni Mitchell.
«Il 31 maggio è venuta a vedermi a Los Angeles, non ci avrei sperato, quello che avete visto è un abbraccio emozionato. Ha 74 anni, sta male davvero, è un’artista eccezionale, non serve nemmeno dirlo, ma anche una grande donna. Ecco quell’abbraccio è quello in cui ancora credo: dobbiamo amarci, stare insieme, essere uniti. Suonerà hippy e demodè, forse lo sono anche io, pazienza».
A Sanremo ha duettato con Giorgia, in passato con Elio e le Storie Tese.
«Sergio Conforti e Rocco Tanica sono amici con cui sono sempre in contatto, Giorgia un talento immenso, per voce, estensione, interpretazione: non ti immagineresti mai che da quel gracile fisico possa esplodere cotanta potenza».

Ultimo aggiornamento: 24 Giugno, 14:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA