Bigon e i 30 anni dello scudetto:
«Io, Maradona e la festa di Napoli»

Domenica 26 Aprile 2020 di Pino Taormina
Bigon e i 30 anni dello scudetto: «Io, Maradona e la festa di Napoli»

Fuori dalle righe? Praticamente, mai. Lo stile Oxford ce l'aveva da calciatore e lo conservò anche da allenatore. Impeccabile, sempre, come adesso, Alberto (ma all'anagrafe Albertino) Bigon, classe 47, l'allenatore ha guidato il Napoli alla conquista dello scudetto del 1990. Il 29 aprile. «Eppure l'immagine delle due ali di folla lungo la strada che da Soccavo portava al San Paolo, quella domenica pomeriggio poco prima la gara con la Lazio, è impressa nella mia mente. Con i tricolori disegnati sull'asfalto. Sembra davvero successo ieri». È l'uomo dello scudetto della stella del Milan, ma anche uno dei quattro allenatori (con Boskov, Eriksson e Capello) che dal 90 in poi ha interrotto la dittatura di Milan, Juventus e Inter.

Bigon, sono passati trent'anni da quell'1-0 alla Lazio.
«Non fu una settimana serena per me, dopo il trionfo di Bologna ci bastava solo un pareggio e vedevo un'euforia scomposta nello spogliatoio. Temevo per la concentrazione. Io avevo vissuto il dramma della fatal Verona con il Milan nel 73, sapevo che anche una partita sulla carta facile poteva essere una trappola. E non riuscivo a dormire. Il gol di Baroni fu una liberazione».

Quando capì che avrebbe vinto quella volata sul Milan di Sacchi?
«A cinque giornate dalla fine, dopo aver perso con la Sampdoria a Marassi. Vidi la squadra sconfortata, a pezzi e allora quando i ragazzi erano ancora nel bus dissi: Dovete stare tranquilli, avete giocato talmente bene che sono sicuro che nessuno ci porterà via questo titolo. Loro si rassicurarono tutti d'un colpo. Fu la mossa vincente».

Al Milan non si danno ancora pace: ancora adesso Van Basten, Gullit, dicono che quello fu lo scudetto della monetina.
«Rispondo senza voler fare polemica: i conti li fanno sempre male, perché non è quel punto lì che ha fatto la differenza. Basta vedere la classifica. Si ostinano a pensarlo, lo facciano pure adesso. Noi anche senza la vittoria di Bergamo avremmo vinto».

Che Napoli era quello?
«Pratico, semplice e funzionale. Era la sintesi perfetta del calcio che mi avevano insegnato i miei tre maestri: Maestrelli, Rocco e Liedholm. Le mie idee di calcio erano chiare e semplici. Di grande concretezza e di grande realismo: realizzai un amalgama perfetto tra i calciatori e tra i reparti».

Fu sorpreso dalla chiamata del Napoli?
«Ero reduce da due stagioni al Cesena che avevo portato alla salvezza. Due piccole imprese che per me valgono gli scudetti vinti con il Milan, il Napoli e con il Sion. Moggi mi chiamò in gran segreto a marzo. Peraltro per me era un ritorno: vi ero stato nel 67 con Sivori, Altafini, Juliano e lo stesso Bianchi».

Che impatto ebbe col gruppo che aveva appena vinto la Coppa Uefa?
«Primo giorno in ritiro e gettai le carte sul tavolo: Ho giocato con grandi uomini come Rivera e Schnellinger. E qui siamo tutti uguali, non ci saranno preferenze. Per nessuno. Maradona era ancora in Sudamerica e qualche dubbio su come sarebbe tornato ce l'avevo. E allora Ferrara mi rassicurò, aveva il polso della situazione reale: Tranquillo, Diego sta solo ancora in vacanza ma tornerà con una grande voglia di vincere».

Quella sua regola del tutti uguali era tanto per dire?
«No, perché Maradona non mi creò mai imbarazzi in quell'anno lì. Diceva di me che ero il suo fratello maggiore. Fu la stagione dopo quella critica. Con lui derogai una sola volta dalla mia linea di condotta: a Mosca in Coppa dei Campioni. Ma fui quasi costretto perché eravamo contati, lo feci per il bene della squadra. Peccato, avessimo passato il turno avremmo vinto quella Coppa. Che rimpianto».

Il primo incontro con Diego?
«Due sere prima della gara con il Verona eravamo in ritiro sui Colli Vicentini, lui arrivò a tarda notte e Carmando corse nella mia stanza: È arrivato. Lo lasciai di sasso, perché lui si aspettava che io mi buttassi dal letto: Lo saluterò domani con calma. Il sabato facemmo la rifinitura e tornando in hotel lo intravidi nel prato della struttura che rideva e palleggiava. In quel momento realizzai ogni cosa: capii che Ferrara aveva ragione, che io ero l'allenatore del Napoli e che avrei allenato Maradona».

Che duello fu con Sacchi?
«Arrivare secondi dietro quel Milan non sarebbe stata una vergogna, perché oltre ai tre olandesi, avevano Baresi e Maldini, altri due fenomeni. Arrivammo prima di loro, anche per la grande compattezza morale di quel gruppo. Mi dicono: Ah tu sei stato l'allenatore di Maradona. Ma io rispondo: Anche. Perché quel Napoli aveva giocatori che dovevano supportare quei due là davanti e non era una cosa semplice, che poteva fare uno qualsiasi. E infatti, in tanti di quella squadra sono stati convocati per il Mondiale. Uno pensa che loro fossero schiavi di Maradona, ma giocavano per loro stessi, per le proprie ambizioni, non per Diego».

Il simbolo di quella squadra?
«Il Napoli autarchico delle prime giornate era il segnale del valore. Tutti quelli che venivano chiamati si sentivano responsabilizzati. Penso a Mauro, per esempio, che doveva indossare la 10».

Lei ha tenuto a battesimo Zola, ma anche Baggio.
«Vero, ero al Vicenza in serie C, arriva il ds e ci dice che oggi si allena in prima squadra un ragazzino di 16 anni. Io resto indignato: E cosa fa? Lascia la scuola?. Mi sembrava una cosa scandalosa. Ma alla fine dell'allenamento dissi: Fategliela lasciare».

Mi definisca quei giocatori dello scudetto: Giuliani?
«Tranquillo, serio, freddo».

Ferrara?
«Nei momenti critici era lui il referente della squadra, il vero capitano quando Maradona non c'era».

Francini?
«Lui, Baroni, Corradini, De Napoli, Crippa, Fusi sono sullo stesso piano, il motore della squadra. A turno qualcuno non giocava, ma davo sempre spiegazioni il sabato. Sempre».

Renica se l'è scordato?
«Eh no, perché lui fa corsa a parte. Doveva fare il playmaker fino a metà campo. Il piano era semplice: il motore recuperava la palla e la doveva dare a Renica. Lui avrebbe fatto il lancio di 30 metri per innescare la corsa di Careca in contropiede oppure servire Diego. Tattica semplice o no?».

E Alemao?
«Cavallo di razza, ma andava troppo spesso a briglie sciolte. Facevo tatticamente fatica a inquadrarlo anche se i numeri che aveva erano di alta qualità».

Carnevale?
«Andrea doveva portare la croce. Sapeva che sacrificavo la sua propensione offensiva. Nell'intervallo di Inter-Napoli ebbe da ridire: lui aveva le sue ragioni e io le mie. Chiedevo anche a Careca e Maradona di dare una mano, ma li dovevo tenere freschi, era quella la tattica».

E di Bigon che mi dice?
«Conservo in una cornice una pagina del Mattino in cui c'è scritto Bigon: la forza dei nervi distesi. È vero, riuscivo a tenere la calma sempre, e a trasferirla a tutti, anche nei momenti di tempesta. Come dopo la sconfitta con la Sampdoria».

Ora cosa fa?
«Gioco ogni tanto a golf che è l'unico sport che mi posso permettere perché ho tutte le cartilagini consumate. Ho le protesi ma non rimpiango di aver corso fino al 2000. Mi salvano tre mesi all'anno a Santo Domingo. Non esco in attesa che passi l'emergenza del coronavirus. Guardo le partite ma mio figlio Riccardo (l'ex ds del Napoli) non mi chiede mai consigli. Lo ha fatto solo per Inler e Dzemaili».

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