Mertens, l'ultimo re di Napoli:
quel colpo in più che spiazza tutti

Lunedì 29 Novembre 2021 di Marco Ciriello
Mertens, l'ultimo re di Napoli: quel colpo in più che spiazza tutti

La citazione era d'obbligo, e allora Dries Mertens ha fatto un dribbling in più, quello dello sperpero, quello del gioco vero, quello dei bambini infiniti che vanno oltre se stessi, come c'ha insegnato Maradona. Nella sua sera, tra statue, lacrime, e ritorno al passato, Mertens c'ha messo il carico, con una finta sentimentale, da torero. Non ha messo a sedere solo Patric, impedendo ad Acerbi e Luis Felipe di fermarlo, ma ha creato un collegamento palla-tempo-movimento con Diego. E poi è andato oltre, ne ha segnato un altro, facendosi sponda emotiva, scavalcando la tristezza, sostituendo gli occhi lucidi con le grida di gioia. S'è fatto musicante, e poi pensiero errante, vagando e toccando il pallone col tacco, appoggiando il pallone come i rivoluzionari: senza un domani, perché contava solo il presente, e lui nel presente era il viceré del campo, perché il re era diventato statua e nome dello stadio. Mertens s'è mosso sul ciglio estetico, dribblando e mettendo il pallone in porta come meglio non si poteva, quando tutti pensavano che fosse un pensionante, e che dopo l'infortunio ad Osimhen il Napoli avesse un problema in attacco, è tornato, da subentrante, da punta improvvisata e stropicciata, segnando due gol proprio alla squadra dell'uomo che l'ha inventato punta, Maurizio Sarri, impietrito dalla classe del belga, distrutto dal palleggio del Napoli con Fabian Ruiz e Lobotka che hanno creato la migliore linea centrale vista quest'anno con Spalletti, poi magari non succede mai più, ma se risuccede son guai per chiunque, poi ci saranno altre soluzioni, ma nell'improvvisazione, con le pezze e gli acciacchi è venuta fuori una linea pazzesca, con un cervello che ha funzionato come una macchina catalana.

 

Il resto, poi, l'ha fatto Mertens, che sembrava avesse una missione, che dovesse rendere giustizia alle celebrazioni maradoniane, e allora si è inventato come spesso gli è accaduto due gol maradoniani. Uno tutto di finte e dribbling e l'altro d'istinto di chi non deve guardare dove mettere il pallone perché sa che ci andrà. Ha annodato la fantasia e l'azzardo, la sicurezza di andare in slalom in area e poi di tirare senza entrarci, come se fosse volgare ripetersi, come se una serata del genere, per il re del calcio, meritasse due invenzioni, due scommesse sulla tecnica. Tra l'altro sotto la pioggia, col campo che si impasta, come accadeva al Paradiso, non l'Iowa dei film, e nemmeno quello promesso, ma solo il vecchio campo d'allenamento dove Diego Armando Maradona si esibiva in perseveranza e stupore. Per questo Mertens ha lucidato le scarpette e fatto il meglio che poteva, sperperandosi, allungandosi a cercare un altro spazio, per un altro dribbling, quello in più, quello del campione, quello di chi non fa calcoli, non razionalizza, ma insegue lo spettacolo, cerca la bellezza. Ha ondeggiato, e poi ha tirato. E poi ha tirato ancora. E Reina poteva solo essere testimone. E Mertens non poteva avere pietà di lui, perché doveva già avere la premura di inseguire l'imprudenza calcistica, di farsi timbro del surreale calcistico. Chi dribbla tanta gente in area oggi? Poi con la velocità per allestire un tiro piazzato liberandosi la vista e aprendosi lo spazio per l'angolo giusto? Con l'andatura, le finte, i passi giusti per incantare, per evocare la lezione appresa, l'ordine eseguito. Un tocco ritmato, che dice come un tango: niente ti può togliere quello che hai segnato. Quante volte figliolo? Due volte, nel nome del padre. Con la certezza d'un destino segnato. Due traiettorie perfette, due carezze per la porta, in progressione, anche se l'arte non è mai abbastanza. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA