Napoli, ricordi Bagni e Maradona?
«La rivolta dell'88 e la camorra...»

Venerdì 26 Aprile 2019 di Francesco De Luca

Fu l'altro eroe dell'87. Diego Armando Maradona il fuoriclasse, Salvatore Bagni il guerriero. L'altra anima dello scudetto del Napoli, il primo in sessantun anni di storia. E «Il guerriero» è il titolo dell'autobiografia del centrocampista che giocava con il cuore, scritta con lo psichiatra napoletano Ignazio Senatore (Absolutely Free, pagg. 133, euro 18). Un viaggio che comincia da Correggio, il paese dell'Emilia dov'era nato quel ragazzo «piccolo, brutto, senza una lira», come si definisce Salvatore in questo racconto in cui ricorda le tappe fondamentali della sua carriera. Le prefazioni sono di Beppe Bergomi e Ilario Castagner, che furono compagno e tecnico di Bagni ai tempi dell'Inter e del Perugia. Al centro ci sono Napoli e il Napoli, dove il campione ha giocato dal 1984 al 1988. Turbolenti i momenti dell'arrivo e dell'addio, perché Salvatore non avrebbe voluto allontanarsi molto dall'Emilia Romagna per i problemi di salute della suocera. Era in ritiro con la Nazionale olimpica, vigilia dei Giochi di Los Angeles, e il dirigente accompagnatore, il napoletano Carlo de Gaudio, esercitò pressioni, fino a minacciarne l'esclusione dalla comitiva. Alla fine si trovò l'intesa con il direttore generale Antonio Juliano, contratto per una sola stagione, perché in quei tempi non c'erano i pluriennali adesso chiesti dai procuratori in abbondante anticipo sui tempi della scadenza, e cominciò la storia azzurra di Bagni, che in ritiro trovò Maradona, arrivato pochi giorni prima.
 
Diventarono grandi amici, ma non subito. I cronisti più anziani ancora ricordano il duro confronto nel ritiro di Vietri sul Mare, dove l'allenatore Marchesi aveva portato in ritiro prolungato il Napoli, in precaria situazione di classifica nonostante ci fosse il 24enne fuoriclasse argentino. Un duro e franco confronto, così ripartì la squadra. Diversi, Salvatore e Diego. «Ho sempre detto che da un punto di vista sportivo lui è un campione inavvicinabile. Non ha eguali nella storia del calcio. Ma quando si parla di persone, io sono Salvatore e lui Diego». Senza quel compagno alle spalle, Maradona non sarebbe riuscito a trascinare il Napoli allo scudetto. Legatissimi per molti anni anche lontano dal campo. Ma con una differenza. «Penso che a Napoli nessuno mi abbia mai visto in giro dopo le nove di sera». Una bella differenza. Bagni assicura di non essersi mai accorto delle particolari notti di Maradona, di cosa gli girasse intorno, tra cocaina, prostitute e camorristi. Già, la camorra. Spuntò un anno dopo lo scudetto, una calunnia che soffiò sullo scudetto perso nelle ultime giornate del campionato 87-88. Bagni ha vissuto storie strane nella sua carriera (dai compagni del Perugia coinvolti nello scandalo scommesse a quelli dell'Inter che non lo abbracciarono dopo il gol della vittoria sul Genoa: scoprì, durante l'interrogatorio dell'Ufficio Indagini, che c'era un accordo per il pareggio a Marassi), però quella voce la smentisce seccamente: la malavita non fece pressioni affinché il Napoli perdesse lo scudetto evitando di rovinare gli affari del totonero. È un racconto che fa chiarezza, dopo trentun anni e troppe parole. «Molti napoletani hanno un'idea fissa su quello scudetto perso. Sono convinti che la camorra non avesse ritenuto possibile che il Napoli vincesse per il secondo anno consecutivo e si fosse comportata di conseguenza nella gestione delle scommesse clandestine. Molti pensano che alla camorra sarebbe saltato il banco se il Napoli fosse arrivato nuovamente primo. Dicevano che non avrebbero mai fatto vincere quel campionato al Napoli. La realtà è che abbiamo commesso un errore, abbiamo pensato troppo a Ottavio Bianchi. Eravamo una squadra molto unita e nelle ultime gare ci siamo ritrovati a corto di energie. Eravamo morti, non stavamo più in piedi», spiega.

L'allenatore lo considerava intoccabile, eppure a un certo punto cominciò a metterlo in discussione per i suoi problemi fisici. Salvatore si irritò perché si avvicinavano gli Europei in Germania. Il direttore generale Moggi gli disse che nella stagione successiva sarebbe partito dalla panchina, lasciando il posto ai giovani Crippa e Fusi. Salì la tensione negli spogliatoi, fino al comunicato degli azzurri contro Bianchi. «Squadra molto unita» ma fino a un certo punto, perché quattro giocatori, interpellati dal presidente Ferlaino, cambiarono versione e dissero che non appoggiavano Bagni e gli altri nella campagna anti-allenatore. «Nel lasso di tempo tra il comunicato e la risposta alla convocazione la società ha contattato ogni giocatore e, credo, qualcuno è stato anche intimorito. Nell'incontro con Ferlaino alcuni hanno cominciato a dire che non erano d'accordo con la proposta di mandare via Bianchi. I no alla fine sono stati quattro. Ricordo che mi sono alzato e ho rivolto loro delle parole forti. Vi meno tutti e quattro. Non voglio fare nomi, ma ho visto calciatori che piangevano, perché sapevano di averci fatto un torto. Sono ancora amico di quei quattro, li ho perdonati».

Il rapporto con Napoli non si è esaurito nell'88. È ancora vivo, pieno di amore. «Se dovessi scegliere per quale squadra mi sarebbe piaciuto di più essere la bandiera, non avrei dubbi. Tra Perugia, Inter e Napoli sceglierei sempre e comunque il Napoli». Mai sarebbe andato alla Juve, una società snob, non adeguata a un uomo del popolo (e di origini siciliane) come Salvatore. Non sorprenda che egli parli poco dei giorni dello scudetto, perché quella è storia notissima. «Io non sono nato per stare sotto la luce dei riflettori». Nei giorni in cui c'è nell'amata Napoli delusione per questo finale di stagione Bagni spiega come si diventa vincenti: «La vittoria ti regala sicurezza interna. È una forza che acquisisci quando cominci a vincere. Perché il Napoli ha vinto un altro scudetto quando sono andato via? Perché ne aveva già vinto uno. Solo così si acquisisce la mentalità per arrivare al massimo traguardo. Tra chiudere il campionato al primo posto o al secondo c'è una differenza enorme. Solo dopo che avrai dimostrato di saper vincere, sarai sicuro di avere acquisito la mentalità che ti porterà a giocare anche negli anni successivi per raggiungere nuovamente quel traguardo». Trent'anni dalla Coppa Uefa, ventinove dal secondo e ultimo scudetto: le ragioni le ha spiegate Bagni.

Confrontandosi con Senatore, l'ex campione entra profondamente in se stesso. Un'ammissione: «In campo ho simulato. Ero un tuffatore, lo facevo per procurarmi i rigori. Avevo iniziato da piccolino. Ecco, in quello ero già scaltro. E dopo non mi vergognavo neppure. Non mi vergognavo perché ero stato utile alla causa». Dice tutto, partendo dagli amici d'infanzia, a cominciare da quello che è soprannominato Best, come l'asso dello United, per i capelli lunghi e la passione per il pallone, sempre al suo fianco nei viaggi in auto in tutti i paesi europei per vedere partite e scoprire calciatori. Lasciato trent'anni fa il calcio (ultima stagione in serie B ad Avellino), Bagni si è messo a fare quello che definisce il lavoro più bello del mondo. Osservare le partite, individuare il talento e farsi rilasciare la procura per proporlo a club italiani. Il ruolo di dirigente per brevissimi periodi, a Napoli e a Bologna. Tanti i futuri campioni scoperti e bocciati da altri. Quanti nomi, da Cech a Forsberg. Due rapidi calcoli: calciatori che, al momento della segnalazione, avevano un valore complessivo di 4,5 milioni e adesso arrivano al costo totale di 125. Bagni non fa il procuratore, a differenza del figlio Gianluca. La vita di Salvatore è stata ed è tra pallone e famiglia. Da 38 anni sposato con Letizia, che all'inizio del matrimonio lo accompagnava ai campi di allenamento perché il marito non aveva la patente di guida. Insieme hanno vissuto il profondo dolore per Raffaele, il figlio di 3 anni decapitato dall'airbag nel 1992. Il suo corpicino venne trafugato dal cimitero e mai più ritrovato: vi fu un'iniziale richiesta di riscatto di 300 milioni di lire, quindi un assordante silenzio. Uniti sempre, Salvatore e Letizia, anche nella tragedia dello tsunami alle Maldive, dicembre 2004, quando la famiglia rischiò la vita. «Il mio futuro lo vedo alla guida di una macchina, in giro per i campetti di calcio di tutto il mondo. È così che mi sento davvero libero. Io vagabondo che son io, vagabondo che non sono altro...». Un Nomade mai stanco di girare il mondo e dietro a un pallone.

Ultimo aggiornamento: 15:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA